domenica 30 luglio 2023

La Vita viene prima dell'identità...

Memorie...
È una considerazione ovvia, ma avendo la grande fortuna di poter viaggiare, ovunque ci si imbatte in memorie di guerra.
Eserciti invasori sono contrastati dai difensori autoctoni, conflitti planetari seminano morte e distruzione nei più sperduti villaggi fra le montagne, stragi di civili compiute ovunque, con lo scopo di terrorizzare le popolazioni.
Ognuno ha la sua memoria, gli eroi che hanno dato e tolto la vita pur di conquistare, annientare o tutelare i diritti propri e dei propri cari.
Ci sono monumenti con enormi liste di morti, prima guerra mondiale, seconda guerra mondiale, guerre balcaniche, ma si può risalire ai tempi dei romani, dei greci e degli Illiri. Si trovano sempre antiche e nuove testimonianze, una violenza estrema che sembra drammaticamente collegata all'essere "umani" e al voler sopravvivere sopraffacendo l'altro. 
C'è qualche possibilità di uscire da questo tunnel oscuro? Ci si può affrancare dalle armi, dal gemito dei feriti, dagli sguardi di innocenti condotti al macello?
Forse due insegnamenti, per quanto inattuati, potrebbero indicare una via alternativa alla guerra. Nel Vangelo Gesù propone la nonviolenza attiva, "se uno ti percuote su una guancia, tu porgigli anche l'altra". Gandhi sostiene la legge del Satyagraha, "meglio e più efficace combattere morendo che uccidendo, essendo ferito che ferire". È una prospettiva affascinante e comprensibile a livello individuale, ma debole in una visione collettiva. Se uno vuole uccidere non te ma i tuoi cari, lo lasci fare in nome della nonviolenza? Se un tiranno distrugge sistematicamente ogni parvenza di libertà, scatena guerre mondiali e crea campi di sterminio, lo lasci fare cercando solo di convincerlo con belle parole? E se un esercito occupa quella che tu consideri tua terra e ti sottopone a ogni sorta di umiliazioni e persecuzioni, come ti devi comportare?
Senza dimenticare che perfino nel nome di Dio e delle parole contenute nei vangeli, si dono perpetuate orrende stragi, musulmani contro cristiani, cristiani contro ebrei, cattolici ortodossi e protestanti tutti contro tutti.
E allora? C'è qualche altra possibilità? Forse, ma il tema è gigantesco e sarà da approfondire, potrebbe cambiare qualcosa se ci si sentisse prima di tutto parte di un'unica meravigliosa affascinante e drammatica umanità. In essa, prima di ogni pretesa identitaria, dovrebbe prevalere il senso di appartenenza alla medesima famiglia umana e le diversità culturali linguistiche e sociali non sarebbero occasione di pretesa superiorità o privilegio, ma ricchezza da condividere fra tutti. Tutto potrebbe procedere da un'immediata constatazione. La Terra è un piccolo pianeta che ruota vorticosamente nell'immenso vuoto che separa gli elementi dell'universo. Ogni suo spazio appartiene a ogni abitante, nessuno escluso e se ci deve essere un'organizzazione non può essere altro che un servizio pieno e totale a tutto ciò che fa parte della Vita.
Già, la Vita. È una realtà straordinaria, il frutto di un'incredibile concatenazione di casualità che ci ha condotto a essere quello che siamo, due miliardi di anni incastonati in ogni nostra cellula, in ogni anfratto della nostra memoria.
Come mai siamo così inclini a soffocare questo dono meraviglioso? Perché la rendiamo così difficile agli altri, pur di raggiungere i nostri meschini scopi? In che modo far sì che il rispetto per la vita prevalga sul gioco effimero e immaginario delle pretese identità?


 

sabato 29 luglio 2023

La bella Albania, tra passato e presente

 

Spiaggia di Borsch
In buona parte dei Balcani occidentali, l'Italia fascista ha provocato gravi danni. Ha occupato la Croazia e il Montenegro, ha esercitato un potere violento e repressivo su metà della Slovenia, ha partecipato alle attività antipartigiane in Bosnia, tra il 1941 e il 1943. In realtà l'impegno militare è stato ovunque pressoché fallimentare, ma ha creato le occasioni per l'intervento della Germania nazista. Di fatto, ovunque la Resistenza antifascista, sia pur numericamente e tecnologicamente inferiore, ha dato costantemente molto filo da torcere ai soldati italiani, decine di migliaia dei quali sono morti in terribili battaglie.

Anche in Albania il fascismo non ha fatto nulla di buono. Gli italiani sono arrivati già nel 1939, con un'occupazione che, dopo aver costretto all'esilio il re Zog, si è trasformata in protettorato. È stata poi utilizzata come base per il lancio della (anch'essa fallimentare) campagna di Grecia. Anche in questo caso, la presenza italiana non è stata certo apprezzata, osteggiata fin dall'inizio da un vero e proprio esercito clandestino, antifascista militante, legato soprattutto, anche se non esclusivamente, al partito comunista. Il presidente del raggruppamento e conduttore principale delle operazioni antifasciste, fu proprio quell'Enver Hoxha che governò poi l'Albania per oltre 40 anni, dal ritiro delle truppe naziste nel 1944 alla sua morte, avvenuta nel 1985. Sono stati anni difficilissimi, una dittatura spietata nei confronti degli oppositori, un periodo di totale isolamento dal resto del mondo, un potere anacronisticamente determinato dall'ammirazione per la figura e l'ideologia staliniste.

L'Albania ne è uscita dopo il 1990 e si è incamminata sulla strada del capitalismo, aprendosi al resto del mondo, senza per questo vedere evidenti miglioramenti nella vita economica e sociale. La crisi finanziaria e politica dei primi anni '90 del XX secolo ha portato più di un milione di albanesi, soprattutto giovani, fuori dal loro Paese, per cercare di sopravvivere. Si sono inseriti in generale abbastanza bene nei territori di immigrazione e alcuni hanno avviato imprese imprenditoriali, i cui proventi sono stati spesso utilizzati per migliorare la situazione interna.

Un elemento sicuramente recente è la valorizzazione del turismo. Poco più grande della Lombardia, l'Albania è molto bella e interessante. Ci sono importanti siti archeologici visitabili (molto ben tenuti!), luoghi nei quali viene presentata la storia più recente, con l'evidente tentativo di dimostrare la rottura con il passato fascista e con lo stato di ispirazione comunista dominato da Hoxha. Ci sono belle montagne, le cui vette raggiungono i 2500 metri e c'è un mare che offre possibilità per tutti i gusti, dalla spiaggia di sabbia a quella di sassi fino agli scogli che si specchiano nell'acqua limpida. Ci sono città affascinanti, antiche e moderne, fiumi impetuosi e laghi dai mille colori. In effetti, il turismo sta rispondendo bene alla chiamata e sono tante le presenze dall'estero. Molti sono  albanesi che hanno  fatto fortuna fuori e rientrano "a casa" per le ferie, ma tanti vengono dall'Italia, dal resto dei Balcani e da molti altri Paesi. Si costruiscono nuove strade, si migliorano le vecchie, ma c'è ancora tantissimo da fare, soprattutto per collegare le zone montuose interne, a volte realmente impraticabili e per migliorare il traffico caotico che caratterizza le grandi città del Nord.

Sono solo impressioni, per conoscere bene una cultura e un popolo occorre condividerne la vita. Ma anche dall'esterno qualcosa si può intuire, ascoltando le testimonianze delle persone, in genere assai gentili e inclini alla conversazione e tenendo gli occhi aperti, cercando di cogliere l'insieme e le diverse particolarità.

venerdì 28 luglio 2023

Pensieri albanesi...

 

Uscendo dalle strade principali, si incontra un'altra Albania, specialmente nei paesi lontani dalla costa adriatica. Colpisce ovunque l'accoglienza, spesso accompagnata dal piacere di scambiare due parole. Molti hanno lavorato in Italia, ciò facilita la comunicazione e il reciproco racconto.

La situazione economica è ancora preoccupante. Gran parte dei più giovani si trova all'estero e da lontano mantiene chi è rimasto. Da qualche anno il turismo sta diventando componente importante, chi è direttamente coinvolto riesce a realizzare un dignitoso guadagno, ma per la maggior parte della gente la vita non è facile. Con uno stipendio medio sui 400 euro si fa fatica anche a pagare una bolletta della luce, da immaginare tutto il resto. Mancano tutele previdenziali e garanzie di qualsiasi tipo. Lo Stato non funziona come dovrebbe e spesso la corruzione peggiora ulteriormente la situazione, vanificando la passione e l'impegno di buona parte della popolazione.

La conseguenza è l'evidente divario tra pochissimi straricchi e la grande maggioranza di poveri, insomma, in piccole dimensioni, proprio ciò che accade nel mondo intero. Si capisce meglio ciò che dovrebbe essere ovvio. In queste condizioni non ci sono altre possibilità, se non quella di migrare verso lidi migliori (Europa e America del Nord) per poter sopravvivere.

Non c'è molta differenza rispetto a tante altre realtà. I sud e i nord del mondo si incrociano ormai ovunque. La bellezza della natura e l'importanza della storia non sono sufficienti a garantire benessere, pace e giustizia. C'è bisogno di un cambiamento strutturale, di sistema e questo, nell'epoca della globalizzazione, non può essere realizzato da un solo Paese, ma deve essere impegno urgente dell'intera umanità.

mercoledì 26 luglio 2023

Albania, prime impressioni...

 

Scutari, madre Teresa 
Il presidente dell'Albania Enver Hoxha è morto nel 1985, dopo più di 40 anni di governo ininterrotto. Ha contestato il mondo capitalista, ma si è isolato anche da quello socialista, rompendo i rapporti con la Jugoslavia di Tito, l'Unione Sovietica di Kruscev e perfino la Cina del dopo Mao Tze Tung.

In questo modo, fino agli inizi degli anni '90, l'Albania era il Paese più misterioso di Europa, era quasi impossibile entrarci, era quasi impossibile uscirci.

Poi in breve tempo è cambiato tutto e le contraddizioni di un sistema totalmente chiuso al resto del Pianeta, si sono scatenate in una crisi economica e finanziaria senza precedenti. Ne sono scaturite violenze di ogni genere e soprattutto la fuga dei giovani albanesi, alla ricerca di lavoro e sopravvivenza, in ogni angolo d'Europa. Memorabile quello che è passato alla storia come lo sbarco della nave Vlora, 20.000 albanesi sbarcati in un solo giorno a Bari, inizio ufficiale delle grandi migrazioni in Italia e in Europa.

Oggi tanti di loro sono tornati in Albania, alcuni (pochi) dopo aver fatto fortuna all'estero, la maggior parte senza aver realizzato alcun sogno. Solo percorrendone le strade dell'abitata pianura centrale, ci si rende conto della povertà materiale di un popolo fiero, dalle radici storiche importanti. Gli assai suggestivi scavi archeologici di Apollonia e Butrin narrano vicende di greci e di latini, perfino degli studi giovanili di Ottaviano Augusto in quella che fu una delle città più importanti dell'Impero. In epoche più vicine a noi, a tenere banco sono state le lotte tra cristiani e musulmani, con l'emergere della mitica figura di Skanderbeg, considerato un grande eroe sia da quelli della sua parte che dai nemici. È tra l'altro protagonista di un romanzo di Ismail Kadaré, il più noto tra gli autori albanesi contemporanei.

Oggi la piana che circonda Scutari, Durazzo e la stessa Tirana è una desolata distesa di campi per lo più incolti e la strada principale, nei dintorni della Capitale intasatissima, attraversa una lunga teoria di case lasciate a metà, fabbriche chiuse e capannoni in rovina, nuove costruzioni avulse da qualsiasi piano regolatore. Eppure la gente è molto accogliente, si impegna per quello che può, con un minimo di agricoltura e con il nuovo, peraltro per ora limitato, turismo soprattutto balneare. Ci sono infatti belle spiagge e anche le montagne, relativamente vicine alla costa, destano un certo interesse.

Le religioni, bandite dal regime di Hoxha, sono tornate a rifiorire e sono spuntate ovunque, anche nei più piccoli paesi, chiese cristiane e soprattutto moschee musulmane. Naturalmente è molto celebrata Madre Teresa di Calcutta, originaria delle montagne dell'Albania e proclamata santa pochissimi anni dopo la sua morte. Non saranno le fedi rapidamente rinate, neppure i fragili passi della democrazia, a ridare vigore e speranza a questa Nazione, più di un terzo degli abitanti della quale risiede all'estero. Sarà solo un cambiamento di sistema e di visione sociale a livello europeo, la scelta di una solidarietà e partenariato che sembra purtroppo assai lontana dalle corde dell'attuale dirigenza dell'Unione. E questo non vale certo  solo per la bella Albania, ma per tutti gli Stati del vecchio Continente che pur possedendo una ricchezza storica e naturale eccezionale, non la possono trasformare in grande risorsa per la crescita economica e soprattutto culturale degli abitanti.

Tempesta e grandine

Il pensiero di oggi è dedicato a tutti coloro che hanno subito danni, a causa della tempesta dell'altra sera. Il lavoro di tanti mesi in agricoltura è stato in molti luoghi vanificato dalla caduta della grandine, tante case hanno subito danni e anche alcuni vetri della cara basilica di Aquileia si sono rotti.

Ci vorrà molto tempo per risistemare adeguatamente tutto nella Regione, in particolare nel Friuli. Per il momento un grazie al cielo perché nessuno si è fatto male e un grande grazie alla Protezione Civile e a tutti coloro che si sono adoperati per alleviare il disagio della popolazione.

Per quanto riguarda la Basilica, dopo gli accertamenti indispensabili sulle finestre e una prima sistemazione provvisoria dei danni da parte del personale specializzato, non appena sarà riportata in condizioni di assoluta sicurezza, sarà riaperta al pubblico.

Con la speranza che il maltempo eccezionale sia ormai passato.

lunedì 24 luglio 2023

Le montagne del Montenegro

 

Le montagne, per chi le ama, sono un po'come le persone. Quando si va all'estero, le si guarda con ammirazione e si fanno confronti, "questa assomiglia a quella, questo mi ricorda quello".

In questa giornata, dedicata alle alte vette del Montenegro, questa specie di gioco si è ripetuto spesso. Il lago di Plužina rispecchia i monti ai confini con la Bosnia, come la cuspide terminale del Krn si riflette nel Krnsko jezero, gli alti pascoli precedenti le rocce schiacciate dalle energie della Terra richiamano senz'altro la poetica Velika Planina, al cospetto delle Alpi di Kamnik oppure il Monte Baldo sopra il Lago di Garda, il massiccio blocco di erba e di roccia chiamato Durmitor (m.2521, una delle più alte vette dei Balcani), ricorda il Mangart, forse ancora di più il Peralba, sopra Sappada.

Al di là delle somiglianze e delle differenze, le alte cime stagliate nel cielo sereno costituiscono ogni volta uno spettacolo indimenticabile, allietato da un raro fresco estivo. Non ci sono rifugi, se non qualche piccola baita qua e là. Nonostante una strada molto stretta e panoramica che l'attraversa completamente, il gruppo montuoso è quasi disabitato, se si escludono alcuni pastori, qualche gregge di pecore custodito da cani che svolgono con fin troppa premura il loro servizio, poche mucche che paralizzano lo scarso traffico preferendo (giustamente!) l'asfalto ai ripidi pendii assai scoscesi. 

C'è anche qualche alpinista che tenta il sentiero e la ferrata verso la vetta. Non è un cammino facile e l'erba che cresce tra le pietre richiede attenzione ed esperienza. Si incontra qualche pastore e qualche custode di baite costruite nel nulla. Hanno i volti con le rughe scavate dal sole e sono parchi di parole, ma dagli occhi che scrutano fin dentro il cuore e dal sorriso abbozzato e accogliente si riconoscono i tratti degli uomini delle montagne, essenziali, semplici, abituati ad affrontare le avversità, sereni nel sapersi inserire nella quotidianità della Natura.

Come sembrano lontane,dalla meraviglia di questi silenziosi altopiani e dalle notti riempite dalla luce fioca e impressionante delle stelle, le permanenti notizie sulle guerre, sulle violenze di ogni tipo, sui giochi squallidi di potere che dominano i giornali, le radiotv e i social media. Ogni tanto, se ce lo si può permettere, è necessario elevarsi per poter riscoprire lo sguardo d'insieme e per rendersi conto, ancora una volta, che questa immensa bellezza non dovrebbe essere soltanto per pochissimi, ma dovrebbe realmente appartenere a tutta l'umanità, a ogni donna e uomo che affronta l'umana avventura su questo meraviglioso e drammatico pianeta che si chiama Terra.

domenica 23 luglio 2023

L'inquieto fascino dell'ortodossia

Il monastero di Ostrog
Sulla collina che sovrasta Trebinje, nella repubblica serba, meridione della Bosnia Erzegovina, nel 2000 si è voluto costruire un santuario ortodosso, per quanto possibile identico a quello famoso, storico e stupendo della Gračanica in Serbia. Alla liturgia domenicale sono presenti tante persone, entrano ed escono con grande rispetto, mentre il pope e i suoi diaconi cantano ininterrottamente i versetti dei salmi e della celebrazione. Le icone moderne ma uguali alle antiche rassicurano il popolo della benedizione di Dio e dei suoi santi. Il profumo dell'incenso si spande ovunque, creando un clima di profonda sacralità. Ci sono tanti giovani e numerosi bambini inseguiti vanamente dalle mamme vestite a festa. Si percepisce un'appartenenza, come se lo scorrere monotono delle melodie e l'alternanza dei canti dei celebranti entrassero nella carne di un popolo, dando in fondamento trascendente all'orgoglio di essere serbi. Lo stesso, probabilmente, accade nei culti islamici o nelle chiese cattoliche. Il sacro è una forza formidabile per formare e consolidare le identità. Per quanto inventato dall'uomo, il concetto di sacro collegato ai diversi nomi di Dio, ha generato meravigliose opere d'arte e scatenato le più terribili guerre e violenze che si possano immaginare. 

Viene da chiedersi se il processo di evidente desacralizzazione che interessa oggi la chiesa cattolica possa essere effettivamente un'assoluta novità, sia pur collegata con la chiarissima opera di "desacerdotazione" realizzata niente meno che dal Maestro Fondatore. Una chiesa che si allontana dal sacro è molto vicina all'intuizione di Lutero, almeno a quella originaria. Fuori dall'esercizio del sacro, in qualche modo delegato alle persone preposte, la comunità umana non trova altri punti di riferimento identitari che non siano la faticosa ricerca del consenso, secondo le fragili regole della democrazia. Ciò che papa Francesco sta portando avanti, consapevolmente o meno, è una gigantesca rivoluzione dalle conseguenze inimmaginabili. Finisce il tempo della Chiesa cattolica, sorta sulle ceneri dell'Impero Romano e inizia l'era del primato della coscienza, con tutte le conseguenze, non sempre piacevoli, che ci si può attendere 

L'ortodossia serba sembra lontana da questo processo di definitiva secolarizzazione. Ciò è ancora più evidente camminando lungo l'impervia scalinata che conduce al monastero di Ostrog, nel cuore del Montenegro, fondato da un certo san Basilio all'inizio del '600. Una folla di "veri credenti" prega, mentre suda ininterrottamente sotto il sole e i 35 gradi all'ombra. All'arrivo tutti sono in silenzio, attendono il momento di entrare, di baciare le icone e di toccare con venerazione le soglie delle porte e i muri benedetti dalla presenza dei santi.  Un monaco dallo sguardo severo presenta alle labbra la croce e ti benedice, "che Dio abbia misericordia di te!" I volti scavati dalla commozione sembrano distendersi in un timido sorriso. Forse il sacro non è solo coscienza di appartenenza a un popolo, ma anche forma misteriosa del desiderio di vita e di amore che alberga nel cuore di ogni uomo.

Dalle volte scavate nella pietra le icone affrescate o in mosaico trasmettono il messaggio divino. Adamo è salvo, Cristo liberatore dopo la morte scende agli inferi e tutti coloro che ne erano prigionieri risalgono con Lui, per sempre. Come Orfeo ma ben più di Orfeo! Non c'è che dire, al di là delle più che convinte razionalizzazioni, si riprende la scalinata e si inizia a scendere sui gradini consunti; accompagnati da centinaia di sguardi rasserenati ed è difficile nascondere una forte emozione.