venerdì 13 marzo 2020

PromoTurismo acchiappacitrulli...

Con i guai che ci sono nel mondo, la polizia europea (anche alcuni poliziotti italiani, come se non ci fosse niente da fare in patria), che respinge i profughi siriani sul confine turco/greco a Kastanje, come quella croata le decine di migliaia di persone dimenticate a Bihac e dintorni, le cavallette che devastano e riducono alla fame l'Etiopia, e l'incubo del coronavirus che sembra non finire mai, le vicende dei campi innevati friulani non sono certo da prima pagina degli interessi di tutti. Ma sono un segnale delle contraddizioni regionali che hanno caratterizzato questo periodo di preparazione alla situazione incredibile e necessaria del grande silenzio nel quale tutti siamo stati immersi. 
Domenica 8 marzo (cinque giorni fa, ma sembrano trascorsi decenni) le piste di sci del FVG erano strapiene di sciatori. La sera veniva emanato il primo dei DPDC che avrebbe in due giorni totalmente cambiato la vita degli italiani. E gli sciatori sono stati additati come incoscienti untori, incapaci di comprendere la gravità della situazione e in grado di esporre migliaia di persone al contagio. Ma perché questi sportivi avevano osato sfidare l'ormai evidente avanzata del mostro? Perché per tutta la settimana precedente PromoTurismoFvg aveva inondato i giornali di propaganda, invitando a venire sulle piste senza alcun timore, addirittura proponendo lo skipass gratuito per incentivare il loro arrivo. In altre parole, mentre gli ospedali assistevano all'eroico sacrificio di medici infermieri e oss schierati contro la malattia e la Protezione Civile Regionale emetteva continui allarmi sull'aggravarsi della situazione, un'altra Agenzia regionale invitava tutti ad andare sui monti, confortata dai non ancora inaspriti decreti governativi. Il giorno dopo, finalmente, tutti gli impianti venivano chiusi e del resto anche tutti i cittadini venivano chiusi, in casa. 
Certo, non si può dire che sia stata dimostrata grande lungimiranza, non tanto nell'aver concesso di tenere tutto aperto fino all'8 marzo - le ragioni dei gestori, almeno fino al divieto, possono essere comprensibili - quanto nell'aver suonato tutte le trombe possibili per affollare gli impianti, salvo il giorno dopo additare come irresponsabili coloro che ci sono cascati.

Storie tristi, dal carcere di Modena...

Da: https://www.ildubbio.news/2020/03/13/quel-ragazzo-e-morto-nella-rivolta-di-modena-sarebbe-uscite-solo-tra-due-settimane/

Nove morti, ancora senza nome e la maggior parte tunisini e moldavi. Parliamo dei detenuti che erano ristretti nel carcere di Modena, teatro di una grande rivolta che ha portato all’inagibilità di alcune sezioni. L’ipotesi più plausibile è quella della morte per overdose, a causa dell’assalto al metadone razziato in infermeria. Ma, almeno finora, ancora non si conoscono i risultati delle autopsie. Quello che si è potuto finora accertare è che sono cinque i reclusi ritrovati già morti sul posto. Ma gli altri? Erano ancora vivi, tanto da essere stati trasferiti – assieme agli altri detenuti – in alcune carceri italiane distanti anche oltre un centinaio di chilometri. Il dramma è che erano giunti in condizioni già critiche. Alcuni ad esempio sono stati portati nel carcere di Alessandria a quasi due ore di viaggio dal penitenziario di Modena.
Il carcere lombardo si è ritrovato a dover soccorrere tre detenuti che stavano già malissimo per overdose. Due sono riusciti in extremis a salvarli, mente uno di loro purtroppo non ce l’ha fatta. Un altro è invece morto al carcere di Parma, a quasi un’ora di distanza da Modena, dopo essere stato portato in rianimazione. Era un giovane moldavo, classe ’88. Un altro ancora di quarant’anni è, invece, morto al carcere di Ascoli Piceno, dopo aver affrontato un viaggio di quasi cinque ore. Un altro ancora è morto mentre era ancora sul pullman del trasferimento, davanti al carcere di Verona. Quasi un’ora e mezza di viaggio. C’è da dire che la direttrice del carcere di Modena ha assicurato che – prima di essere trasferiti – tutti i detenuti sono stati visitati presso il presidio sanitario allestito nel piazzale.
Ma a quanto pare, purtroppo, non è stato sufficiente. I sintomi caratteristici dell’overdose da metadone sono spasmi muscolari, spasmi gastro-intestinali, cianosi, rallentamento del battito cardiaco, forte calo della pressione sanguigna, senso di disorientamento. Se non presi subito in tempo, si rischia la morte. Come detto, anche se i risultati dell’autopsia ancora non si conoscono, quasi tutti i detenuti del carcere di Modena risultano morti per overdose o comunque intossicazione da farmaci. Tra i cinque morti rinvenuti già morti al carcere modenese, Il Dubbio è a conoscenza del caso di uno di loro. Si tratta di un tunisino nato nell’84 che stava scontando poco più di due anni di carcere per piccolo spaccio.
Una pena che poteva essere scontata attraverso una misura alternativa. Ma purtroppo, come accade spesso, soprattutto per gli stranieri che non hanno un vero e proprio domicilio, non ha avuto la possibilità di usufruirne. Non risulta, almeno per il momento, che il ragazzo fosse in carico dal Sert, perché si sarebbe dichiarato non tossicodipendente. Saranno comunque i risultati dell’autopsia a sciogliere ogni dubbio. I suoi genitori vivono in Tunisia e ancora attendono la verità, ma soprattutto le spoglie del proprio figlio per poterlo piangere. La storia lascia una grande amarezza: il ragazzo avrebbe finito di scontare la pena tra due settimane. Ma non ha fatto in tempo.

mercoledì 11 marzo 2020

Spet meja, il ritorno del confine...


Alla fine del 2008 le ruspe abbattevano il confine tra Italia e Slovenija a Solkan. Era un'epoca di grandi speranze, uno dopo l'altro cadevano i muri che per decenni avevano diviso il territorio Goriziano. Tra l'altro l'immagine in alto è stata la prima postata sull'allora nascente blog del Forum per Gorizia (forumgoriziablog.it) , ancora vivo e vegeto dodici anni dopo.
L'11 marzo 2020, "alle cinque della sera", le barriere sono state ricollocate, ma stavolta neppure la propusnica può consentire il passaggio a Salcano, neanche al ciclista e al pedone. Ciò che è stato conquistato a caro prezzo e in tanti anni, l'unione nella diversità delle Gorica/Gorizia, viene cancellato - si spera per poco tempo - dal più vecchio e microscopico degli esseri, quello che alcuni scienziati non osano neppure definire "vivente". L'estesa diffusione del coronavirus in Italia e, sia pure in misura minore, in Friuli Venezia Giulia, ha imposto la necessità di contenere l'infezione ed evitare il contagio.
E' un provvedimento comprensibile e più che giustificato, ma quanta tristezza nel rivedere le barriere confinarie, che dolore rivedere scene di un passato dimenticato e che mai si sarebbe immaginato di rivedere! Speriamo si tratti di un sacrificio breve nel tempo e che tutti, in tutto il mondo, ci risvegliamo quanto prima da questo strano incubo. E che riprendiamo subito il percorso verso la capitale europea della Cultura 2025 e l'inaugurazione del ponte ciclabile che renderà magnifica la pista sull'Isonzo Soča...
Nasvidenje, dragi prijatelji, se bomo dobili spet kmalu.

Quanta sofferenza in questo tempo strano

E' vero, nessuno era abituato al silenzio di questi giorni.
E' lo stesso sentire delle mattine di Natale, di Capodanno o di Pasqua, quando tutti riposano dopo i festeggiamenti notturni, ma quanta differenza da quel silenzio! Quello di questi giorni è carico di intensità e di attesa, simile a quello di alcuni racconti di Buzzatti o alle Immagini dal sogno di Ivan Cankar. Che cosa è questo essere misterioso, talmente infinitesimale da essere percepibile solo con i microscopi elettronici? Chi colpirà in questo nuovo giorno, saremo o meno una parte delle statistiche quotidiane della Protezione Civile? Un pensiero va a chi è stato colpito, a chi è in quarantena e teme per la propria vita, all'eroico personale sanitario che si adopera in una guerra nella quale alla fine non ci saranno vincitori, contro un nemico subdolo e invisibile. E un pensiero va a chi è disperato perché ha perso o sta per perdere il lavoro e non sa come arrivare a fine mese, meno che meno in questi giorni di riduzione drastica di tutte le attività. E anche a chi è solo e non può avvalersi delle normali relazioni che consentono di apprezzare le piccole gioie della vita.
Eppure queste non sono le uniche sofferenze, in Italia, in Europa, nel Mondo. Nelle isole della Grecia, soprattutto a Samos e a Lesbo, le persone vivono in 8000 dove dovrebbero essere 800 (altro che metro di distanza di sicurezza!). Sui confini tra Grecia e Turchia e tra Bosnia e Croazia (da tre anni!!!) si respingono a suon di botte i profughi che vorrebbero entrare nella Comunità Europea. In Turchia e in Libia ci sono veri e propri campi di concentramento, abbondantemente finanziati dall'Europa. In Etiopia, nel tacere quasi totale dei media, migliaia di persone muoiono di fame perché i raccolti sono stati distrutti dall'invasione delle cavallette. Il popolo Rojava, ormai dimenticato, soffre la propria Resistenza all'invasore, come i Rohingya del Myanmar per i quali nessuno più innalza appelli...
Ecco, la sofferenza del mondo. Che sia un'occasione per sentirci tutte e tutti parte della medesima umana famiglia, per superare le tentazioni autarchiche e le pretese precedenze? La risposta affermativa a questa domanda potrebbe essere l'unica speranza, ma una grande speranza, in questo tempo di silenzio, di attesa, di neanche troppo nascosti timori, per la propria vita e per quella del nostro piccolo e provato Pianeta.

martedì 10 marzo 2020

La nuova "guerra dei mondi"

Nelle "Guerra dei Mondi" Orson Welles ci consentiva di immaginare che i potentissimi invasori da Marte, dopo aver soggiogato tutta la Terra, sarebbero stati sconfitti dal più antico e minuscolo essere vivente, il batterio. La "guerra" di questi giorni ci racconta del più microscopico dei viventi - alcuni non lo considerano neppure tale - in grado di mettere in ginocchio l'immenso gigante del Capitale. Giornata memorabile, per l'Italia invasa dal coronavirus. L'invito a restare a casa, accompagnato da misure complesse, forse troppo complesse, è stato abbastanza accettato. Rispetto a due giorni fa, le persone hanno cominciato ad adattarsi alle restrizioni e ad accettare un nuovo percorso di vita. Di giorno in giorno cresce la consapevolezza della pericolosità del virus, soprattutto per chi è più debole e il senso di corresponsabilità porta ad accettare ciò che fino a meno di una settimana fa sarebbe stato impensabile, prove tecniche di una vera e propria dittatura dell'insicurezza. Tutti all'inizio ci abbiamo riso sopra, pensando a complotti planetari e giocando con le notizia provenienti dal mondo. Poi l'abbiamo presa un po' più sul serio, criticando le misure che ritenevamo troppo rigide e le inaccettabili contraddizioni che le caratterizzavano. Poi ha preso il sopravvento la paura ed è stato un vero patatrack! L'Italia paralizzata, con conseguenze economiche e politiche che si paleseranno nei prossimi anni, quando ci si dovrà risollevare, non senza grandi difficoltà e incertezze. Ne usciremo consci della necessità di sentirci "umani", al di là delle differenze di lingua, cultura o religione? O ne usciremo schiacciati dall'ingordigia capitalista, bestia ferita dalla malattia globalizzata, ma pronta a mostrare il suo lato dittatoriale, razzista, oscurantista, violento?

sabato 7 marzo 2020

Per i dimenticati di IDLIB, una luce accesa per un'ora, domenica 8 marzo, ore 11.15

Si può aderire firmando l'Appello, riportato qui di seguito, ed inoltrarlo al seguente indirizzo luminiperlasiria@focsiv.it
APPELLO
Avvertiamo il bisogno civile e umano di ringraziare Papa Francesco, l’unica autorità mondiale che ha ricordato il dramma dei civili di Idlib, nel nord ovest della Siria. Siamo sconvolti dalle rare immagini di quei bambini assiderati, a volte da soli, a volte con i loro genitori o parenti. Da una parte sono costretti a fuggire dalla Siria verso la Turchia da bombardamenti a tappeto che violano le regole più elementari del diritto umanitario internazionale e dall’altra sono impediti a trovare salvezza da un muro invalicabile e a oggi non valicato.
Non è un’emergenza improvvisa, tutto questo va avanti da mesi! Si calcola che ormai siano almeno un milione gli esseri umani in fuga ammassati al confine turco, alcune stime parlano di un milione e cinquecentomila, in gran parte bambini. Se non si trovasse una soluzione, urgente, le operazioni militari raddoppieranno gli sfollati, per i quali non ci sono che piccole tendopoli. Per tutti costoro ci sono soltanto due sottili corridoi umanitari aperti all’ONU per portargli qualche genere di prima necessità: questo è inammissibile.
Avvertiamo dunque l’urgenza di manifestare la nostra gratitudine a Papa Francesco e dimostrare al mondo che il suo appello per questa umanità abbandonata e tradita non è caduto nel vuoto. Questi nostri fratelli e queste nostre sorelle non possono essere dimenticati.
Per questo domenica otto marzo, giornata dedicata alle donne di tutto il mondo, anche alle madri, alle bambine, alle anziane che soffrono nel gelo di Idlib, un gruppo di noi, nel rispetto di ogni misura di sicurezza, sarà in Piazza San Pietro. Ci incontreremo alle 11,15 davanti alla sala stampa vaticana solo con uno striscione, “per i dimenticati di IDLIB.”
Chi non potrà partecipare potrà invece accendere, così come ha invitato Marco Tarquinio direttore di Avvenire, un lumino o una candela e metterla sul davanzale di una finestra della propria casa. 
"Anche se sarà una luce accesa in pieno giorno. Perché i tanti durissimi giorni che sono passati e quelli, terribili, che si stanno inanellando purtroppo non bastano ancora per “vedere” dentro la lunga notte siriana. Ed è necessario che si faccia luce su quanto sta accadendo nella terra di Idlib e al limitare d’Europa. È necessario che si faccia luce nelle menti dei “grandi” del mondo e, soprattutto, qui e ora, dei politici europei e turchi. È necessario che si veda la realtà di un popolo massacrato e usato. È necessario che si lavori per una svolta nel segno dell’umanità, della politica responsabile, del soccorso alle vittime, dell’accoglienza dei perseguitati." Marco Tarquinio
 

venerdì 6 marzo 2020

L'Europa si è fermata a Καστανιες. Ma anche a Bihac e a Velika Kladuša

Quello che sta accadendo ai confini tra Turchia e Grecia segna un ulteriore passo verso la disumanità. E' disumano dire, come ha fatto Ursula van der Leyen, che un Paese è lo "scudo" che difende l'Europa dall'arrivo di migliaia di persone inermi in fuga dalla guerra. E' disumano dire che "in caso di necessità", si può usare la violenza per fermare i gommoni stracarichi di profughi provenienti da campi nelle isole greche dove, per esempio a Samo, sono "ospitati" 8000 esseri umani in tendopoli e baracche allestite per 800. E' disumano ritenere che l'unico modo per "fermare" i profughi è pagare lautamente il dittatore Erdogan affinché li custodisca nei suoi campi di concentramento. E' disumano soffocare l'esperienza dello SPRAR (oggi SIPROIMI), di fatto depotenziato dai Decreti sicurezza in Italia ancora in vigore, alternativa italiana ed europea alle deportazioni, con risultati di straordinaria accoglienza e integrazione reciproca nei paesi in cui è stato attuato. E' disumano tutto ciò, ma non nuovo. Se giustamente oggi una (piccola) parte di europei si ribella alla logica del respingimento attuata senza pietà dalla Grecia, quasi nessuno si interessa delle decine di migliaia di persone - comprese molte famiglie con bambini provenienti da tutte le zone di guerra - assiepate da almeno due anni sul confine tra Bosnia e Croazia. Esse ricevono il medesimo trattamento dei profughi siriani sui confini tra Turchia e Grecia, muoiono dello stesso gelo e soffocano in estate dello stesso caldo. E l'Europa tace, impotente, oppure accetta che si possano esprimere le Destre più scatenate che seminano diffidenza e paura, ricevendo in cambio ampi raccolti di un consenso razzista e ignorante (nel senso etimologico del termine). Insomma, il ricchissimo Vecchio Continente è messo in crisi da un manipolo (relativamente alla popolazione europea) di poveri che hanno perso tutto, il gigante dai piedi d'argilla sembra essersi fermato a Καστανιες. Come Cristo a Eboli...