sabato 31 gennaio 2026

EPK, un seme gettato nel terreno invernale: germoglierà?

 

Tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario dell'inizio dell'anno della capitale europea della cultura. Quali erano gli obiettivi, quali sono stati raggiunti e quali sono ancora da mettere a fuoco?

L'Europa ha affidato a Nova Gorica e alla partner associata Gorizia una grande responsabilità: dimostrare la possibilità di una cultura plurale, dove la diversità delle lingue, delle concezioni del mondo e delle interpretazioni della storia non sia considerata un ostacolo, ma una straordinaria opportunità di simbiosi, solidarietà e collaborazione. Perché questo possa accadere, c'è bisogno della compartecipazione di ogni cittadina e cittadino, nessuno escluso. Gli amministratori possono indicare le linee di intervento, i tecnici organizzare con passione e competenza incontri, eventi e situazioni favorevoli, ma il vero obiettivo è che tutti "si sentano" pienamente parte di un territorio meraviglioso. Le due città e tutti i comuni circostanti non sono chiamati a unificarsi o peggio omologarsi, bensì a "congiungersi" in un abbraccio nel quale - mentre si costruisce insieme un nuovo soggetto - ciascuna delle parti rimane sé stessa, arricchita dal dono dell'altra.

Sloveni, friulani, italiani, ma anche pakistani, afghani, senegalesi e tutti coloro che sono sul terreno per qualsiasi motivo, devono sentirsi a pieno titolo "Goriški", "Goriziani" e contribuire - ciascuno a suo modo - alla realizzazione di questa straordinaria unità nella valorizzazione delle differenze.

Tutto ciò lo si è concretamente percepito lo scorso 8 febbraio 2025, quando le strade e le piazze sono state invase pacificamente da un popolo che ha marciato, ascoltato, guardato, gustato, scoperto, percepito un qualcosa di nuovo INSIEME. Ecco la parola magica, INSIEME. Non sempre si è avuta la stessa impressione nel succedersi degli eventi, da quella data in poi. Le proposte sono state quasi sempre di alto livello - musica, danza, teatro, conferenze, convegni, presentazioni di libri, inaugurazioni, ecc. - ma la partecipazione è stata in generale limitata a "una parte" o all'"altra", rilevando come ci siano ancora molti punti oscuri da chiarire e molte difficoltà da superare.

Indubbiamente le/la città si è abbellita, con l'apertura di zone da lungo tempo precluse ai più, come per esempio i bellissimi parchi del Rafut, del Coronini e della Valletta del Corno. La piazza della Transalpina/Trg Evrope - ancora caratterizzata da due nomi diversi - è stata riqualificata e offre uno scenario stupendo alla possibilità di incontro fisico tra gli abitanti delle due parti. Il vicino museo Epicenter, con un'accorata e completa rivistazione della storia del Novecento Goriziano, arricchisce la possibilità di una conoscenza globale e approfondita, affiancandosi e completando il percorso delle vicine esposizioni del Rafut, dedicate al lasciapassare e al contrabbando. Le piste ciclabili nella campagna di Solkan/Salcano sono molto frequentate, culminando nell'ardito ponte sospeso ciclopedonale nella zona del Kajak center. Si sono segnati e organizzati suggestivi percorsi a piedi, come l'Iter Goritiense da Aquileia a Sveta Gora dove è stato inaugurato l'accogliente centro Mir in dobro o quelli dedicati alla memoria di San Martino, lungo i sentieri dell'affascinante Vipavska dolina. Ci sono state alcune grandi mostre che hanno suscitato interesse in tutto il centro Europa. Frequentatissime sono state quelle dedicate a Andy Warhol e soprattutto a Zoran Mušič in Palazzo Attems, nel castello di Dobrovo e in quello di Kromberk. Assai significativa la realizzazione del primo Museo tattile della Slovenia proposto dal Goriški Muzej, come pure la memoria realizzata attraverso la pittura di Giuseppe Ungaretti o quella dedicata a Franco Basaglia e alla sua "rivoluzione" goriziana, allestite nel museo di Santa Chiara. Splendida, anche per lo scenario, la mostra di fotografia e pittura organizzata a Vipavski križ. Ricca di contenuti - ma avrebbe potuto essere uno dei punti nevralgici se fosse stata accettata dal Comune di Gorizia l'idea di collegare la storia aquileiese con la capitale della cultura, "dal preromano al postmoderno" - la mostra sul Tesoro dell'Arcidiocesi, con la notevole svista della mancanza delle didascalie in lingua slovena. Più discusse e controverse, anche per i risvolti economici e finanziari, le due "opere d'arte" (o supposte tali, a seconda dei punti di vista) costituite dall'obelisco mulicolore di Piazza della Casa Rossa e la Dag nel tunnel di via Bombi. Innumerevoli sono state anche le conferenze, tra le quali non si può non citare almeno quella con il filosofo Slavoj Žižek, di livello internazionale. Tanti sono stati i libri pubblicati sulla capitale europea della cultura, importante il ruolo di case editrici come ZTT di Trieste e soprattutto Qudu Libri di Gorizia, il cui spazio di incontro in Piazza Travnik sta diventando sempre più centro di relazioni e di divulgazione della cultura plurale del territorio. 

Tutto bene allora? Per ciò che riguarda l'aspetto "celebrativo" dell'Epk, il lavoro è stato enorme e non si può che ringraziare chi ha investito tanto tempo ed energie nel costruire un evento nel complesso veramente notevole. Tuttavia occorre predere atto di come il cammino sia appena iniziato. A parte il primo giorno di festa, per il resto il coinvolgimento di tutti gli abitanti, indispensabile per la riuscita complessiva dell'impresa, è stato piuttosto timido. Si è fatto molto poco - se non nulla, a livello ufficale - per l'agognato da decenni inserimento dell'italiano nelle scuole slovene e dello sloveno in quelle italiane e per favorire la formazione degli adulti all'interculturalità e alla pluriculturalità. I progetti di rendere la zona Laboratorio internazionale di pace e giustizia al servizio del mondo intero sono rimasti al livello dell'enunciazione e della carta stampata. Non si è valorizzata la ciclopedonalità per quanto riguarda soprattutto la relazione tra la stazione e il centro di Gorizia con la stazione e il centro di Nova Gorica (la cosiddetta Ciclovia della Cultura). Mancano - a parte Isonzo Soča - strumenti di comunicazione mediatica tra la parte nuova e quella vecchia del territorio, cosicché le notizie quotidiane non sono ancora in grado di attraversare il confine. Non c'è stata una necessaria revisione toponomastica e anche dal punto di vista della lettura storica si è lasciato poco spazio agli studiosi, nella fallace convinzione che dei problemi più delicati sia meglio tacere per evitare conflitti. La mancata revoca della cittadinanza a Mussolini e la pervicace accoglienza ufficiale degli eredi della XMas dimostrano quanto invece sia importante che le sofferenze e le differenze non siano sottaciute, ma attraversate con il competente sostegno dei professionisti della ricerca storiografica. Non sono stati per ora creati tavoli permanenti di incontro tra rappresentanti in Slovenia e in Italia delle categorie, culturali, sociali, industriali, artigianali e agricole, scolastiche e accademiche, per immaginare e costruire un futuro insieme. 

Insomma, il seme è stato gettato e ora dorme sotto la terra invernale. Germoglierà nel nascondimento, spunterà alla luce e diventerà tronco, ramo, foglia e frutto? E' una grande speranza, quella che caratterizza ogni inizio. Ciò che si è GIA' visto all'inizio, l'8 febbraio dello scorso anno, è un NON ANCORA che deve accadere.

martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria 2026

 

In fondo, da diecimila anni in qua, si sono trasformati gli strumenti, ma non è cambiato il cuore. Un tempo si usavano l'arco e la mazza, adesso le pistole, le bombe al fosforo e le camere a gas.

Forse le crisi del momento, che esplicitano ciò che tutti si sapeva, possono indurre l'umanità a compiere un salto di qualità. Dall'età delle caverne e della legge della giungla, incarnata dal nazifascismo ieri, dai potenti del mondo cosidetto "democratico" oggi, occorre passare a quella della libertà, uguaglianza e fraternità. La legge della civiltà e dell'amore, dove siano bandite le armi, dove non esistano più il nazionalismo e il razzismo e nella società internazionale diventi legge la comunione nella valorizzazione di ogni frammento di meravigliosa diversità.

Il lupo pascolerà con l'agnello, il bimbo metterà le mani nella buca e giocherà felice con i serpenti velenosi, si trasformeranno le lance in falci e gli strumenti di guerra in aratri.

domenica 25 gennaio 2026

Il Male del Mondo

 

Arrivano i giorni del "never again!", "mai più!", "nikoli več!"

E mai come quest'anno questo slogan - purtroppo da sempre vuoto di contenuto quanto gli auguri che ci si scambia all'inizio di ogni anno - manifesta l'ipocrisia intrinseca che lo caratterizza.

Il "mai più" stende un velo pietoso sui cadaveri dilaniati dei giovani ucraini e russi mandati al macello da presidenti incoscienti, con il sostegno della "civile" Europa, culla della civiltà. Oscura lo scandalo per il genocidio di Gaza, per i bombardamenti sui palestinesi del Libano e della Cisgiordania, per la tragedia della repressione nel sangue delle proteste in Iran, per le malefatte degli USA tornati al più tradizionale look di violenti padroni del mondo. Fa dimenticare gli assassinii perpetrati dai legionari di Trump per le strade di Minneapolis, massacratori in uniforme che sparano al primi malcapitato con la scusa di individuare e arrestare - proprio come faceva la Gestapo - i poveri immigrati irregolari. 

Qual è il limite del "never again"? Perché lo si ascolta con sempre maggior fastidio? Non perché quando lo si afferma, si sa già che non sarà preso in considerazione da nessuno. O almeno, non solo per questo.

La questione è più profonda e riguarda l'atteggiamento dell'essere umano davanti al mistero del Male. Quando diciamo "mai più", ci riferiamo - la maggior parte delle volte inconsciamente - agli "altri". C'è sempre qualcuno - altro da me - che dovrebbe cambiare, affinché cessino le sofferenze del Pianeta. Il male assoluto è in Netanyahu, in Zelens'ky, nella von der Leyen, naturalmente in Trump e - perché no? - anche nella Meloni (o in Hamas, in Putin, in Maduro, negli Ayatollah, se si vuole ribaltare la medesima frittata). In altri tempi il male era rappresentato da Mussolini e da Hitler o da Stalin e da Pol Pot, riconosciuti osceni, schifosi e folli individui dagli stessi che li avevano idolatrati fino alla vigilia della loro ignominiosa caduta. 

Il riconoscimento del male solo nell'"altro" è uno dei tanti modi per lasciare le cose esattamente come stanno. E' il rischio che spesso corrono coloro che suppongono di essere nel giusto perché "non fanno del male a nessuno", "stanno dalla parte giusta" o enunciano continuamente il rosario di orrori che - appunto a causa di "altri" - vengono sgranati ogni giorno nel mondo.

E se il Male non riguardasse soltanto "l'altro", ma anche l'"io"? Se lo squallore non abitasse solo le case degli altri, ma anche la propria? Se la violenza cieca e informe fosse dentro di me, rinchiusa nelle segrete del mio dostoevskjano sottosuolo? Se fosse confinata nel profondo e non emergesse soltanto perché non si sono create l'occasione e le condizioni?

La consapevolezza che il Male è anche in me - come nei film americani che raccontano i mostri brutali nascosti sotto le sembianze di amorevoli mariti e deliziosi padri di famiglia - non diminuisce lo scandalo per la violenza dell'altro, ma permette di conoscerla nella sua essenza e, proprio per questo, di essere preparati a combatterla. E consente, conoscendola, di rivelarne le autentiche dinamiche che per lo più sfuggono allo sguardo superficiale. Inoltre, l'ammissione della presenza del Male in me - quasi un'entità metafisica che permea di sé tutte le cose - consente di modificare istantaneamente l'unico "altro" sul quale si possa direttamente influire: sé stesso, nel proprio limitato o globale ambiente esistenziale. 

Si torna così alla teoria della nonviolenza attiva che basa l'impegno per la costruzione del bene nel Mondo sulla trasformazione delle proprie relazioni quotidiane e sul riconoscimento dell'universale responsabilità: tutti e ciascuno si è responsabili di ciò che accade nello spazio e nel tempo. Esse determinano una condivisione che si dilata progressivamente e diventa concreta lotta contro il male anche attraverso la disponibilità all'esercizio del supremo atto nonviolento, l'accettazione del Dolore e la perdita anche della stessa vita per affermare la definitiva trasformazione di sé e del Mondo nell'orizzonte dell'Amore.

10 anni di attesa, o più precisamente, di ritardo (cit. sindaco di Fiumicello)

 


sabato 24 gennaio 2026

La fiamma olimpica, un mega spot di Coca Cola ed Eni

Oggi la fiamma olimpica è transitata per Gorizia, accompagnata da una folla che - complice il tempo decisamente inclemente - ha dimostrato un assai risicato entusiasmo, riservando un timido applauso soltanto al tedoforo, un sorridente atleta paralimpico impregnato di pioggia invernale, unico sprazzo di umanità all'interno di un evento a dir poco imbarazzante.

Del resto, effettivamente, c'è poco da entusiasmarsi.

Una volta la parola Olimpiadi era sinonimo di competizione priva di interessi economici, oltre che di confronto fra dilettanti coinvolti nel momento più importante della loro carriera sportiva. Dominava il tutto lo spirito decoubertiano, secondo il quale "l'importante è partecipare".

Non occorre essere maliziosi per essere consapevoli di come in realtà non sia mai stato così e di come le Olimpiadi moderne siano state dall'inizio una straordinaria vetrina per propagandare interessi e prodotti. Ciò avviene in ogni sport e il dilettantismo è confinato in una mitologica età che forse non è mai esistita. Basti pensare al Giro d'Italia, al Tour de France, alle gare di Formula uno o alle discese con gli sci, per contemplare ovunque la selva di sponsor che offrono i mezzi per realizzare gli eventi e che in cambio ricevono immensi vantaggi pubblicitari.

Ciò che colpisce in questo mai così evidenziato viaggio del fuoco olimpico è la riduzione dell'impresa a soli due marchi, ENI e soprattutto Coca Cola.

Prima dell'arrivo dell'atleta con la torcia, si assiste a un mega spot pubblicitario della più nota bevanda del mondo occidentale. Transitano furgoni con i colori inconfondibili, un tizio sul camioncino agita con forza la bandiera che ha ispirato gli inventori del look di Babbo Natale, altri distribuiscono a destra e a manca lattine da 20 ccl e lanciano borsette biancorosse a un pubblico, anche in questo caso (per fortuna) assai diffidente.

D'accordo che questa è la globalizzazione e che questo è il capitalismo. D'accordo che dai tempi degli imperatori romani il Potere si autogenera attraverso la distribuzione di "panem et circenses". Ma qui si è superato ogni limite: la Coca Cola, marchio espressione per eccellenza della civitas statunitense, è la grande protagonista delle Olimpiadi invernali che si svolgono a Cortina e Milano in questo anno domini 2026. 

In quanto simbolo, la Coca Cola si assume tutta la responsabilità della gestione olimpica. Lo ha già fatto in altre occasioni, come quando si è addirittura accapparata le Olimpiadi del 1996, costringendo il comitato a scegliere la sua "culla", Atlanta e surclassando così le città di Olimpia e Atene, che avrebbero voluto celebrare il secolo dalla rinascita dei Giochi, inventati un paio di millenni prima in Grecia.  

E' ovvio che uno degli Stati ospiti d'onore della kermesse sia Israele. Il genocidio di Gaza perpetrato dal governo Netanyahu, le persecuzioni dei palestinesi in Cisgiordania, i bombardamenti su Stati sovrani, sono stati compiuti tutti con l'avvallo di Trump e dell'attuale (ma non solo!) amministrazione USA. Nel segno e nel nome della Coca Cola, tutto diventa possibile. E' un motivo in più per constatare quanto siano cambiate le Olimpiadi: la presenza degli atleti di Israele, in un momento nel quale sono stati uccisi tanti sportivi gazawi e palestinesi, è il simbolo di un mondo dominato dagli interessi di pochissimi, ai quali nulla importa della giustizia sociale e del sempre più calpestato diritto internazionale. 

Infine, una nota di simpatia nei confronti del Forum per Gorizia e di molte altre "sigle" del Friuli Venezia Giulia e della Primorska slovena. Con un'azione nonviolenta presso il valico del Rafut/Pristava, si è voluto richiamare l'assurdità di una fiamma olimpica che attraversa liberamente e con tutti gli onori il vecchio confine, mentre prosegue l'assurda e venefica sospensione di Schengen. Si chiede la rimozione immediata dei controlli sul confine, iniziati con la scusa del timore degli attentati dopo il 7 ottobre 2023, ora ribaditi con quella della celebrazione delle Olimpiadi. Tutti pretesti, naturalmente, sembra evidente che il vero obiettivo siano i poveri migranti, nel loro faticoso arrivo al termine del difficile viaggio lungo la rotta balcanica. Sperano di aver raggiunto la terra delle libertà, invece, dopo aver trascorso notti ghiacciate nei rifugi di fortuna, finiscono nei centri per l'identificazione e l'espulsione.

Mala tempora currunt, sed peiora parantur!

domenica 18 gennaio 2026

Fratello confine, sorella frontiera...

Domenica 11 gennaio, i Frati minori cappuccini e l'Ordine francescano secolare di Gorizia, insieme ai Frati minori francescani e l'Ordine francescano secolare di Kostanjevica Nova Gorica hanno promosso un bel pomeriggio di riflessione, dal significativo titolo Fratello confine, Sorella frontiera. Coordinata da fra Luigi Bertier, l'iniziativa ha visto la presenza, tra gli altri, dell'Arcivescovo Carlo Maria Redaelli, del pastore della chiesa metodista Jens Hansen e del guardiano del santuario di Kostanjevica p.Boštjan Horvat.   

Chi volesse saperne di più, può trovare una sintesi dell'intero incontro al seguente link di you tube: https://youtu.be/m_k5ZhZheQE?si=hvPNNso7KAKebfkc Ve lo consiglio vivamente, ringraziando la "regista" Francesca Curreli!

Prima di un bel momento di incontro interreligioso, con profonde citazioni dalle tradizioni ebraica, musulmana, buddhista, ortodossa, protestante e cattolica, si è svolto un'assai interessante tavola rotonda, animata da Andrea Bellavite e guidata dalla dott.ssa Morena Maresia, della Soprintendenza Archeologia e Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia.

Il compito della Soprintendenza è quello della custodia, ma anche della valorizzazione dei beni che appartengono non a uno o all'altro ente, ma a tutta l'umanità. La Bellezza infatti è un dono per tutti e dovrebbe essere percepita come una proprietà universale. E' in questo spirito che Morena Maresia ha promosso il progetto "...e adesso sono qui", al quale hanno partecipato, in diverse sessioni, decine di giovani, migranti e non, della Regione. Con loro è stato possibile visitare e conoscere i luoghi dell'arte e della cultura, in particolare le testimoninaze delle diverse spiritualità testimoniate dalle chiese, dalle moschee e dalle sinagoghe presenti nei principali centri regionali. Il lavoro, che ha coinvolto anche numerosi Minori stranieri non accompagnati, è stato raccolto in un bel volume che racconta le esperienze vissute, ma anche le prospettive. Nella chiesa dei Cappuccini hanno parlato anche un giovane marocchino e uno pakistano. Hanno testimoniato la loro gioia nel conoscere i beni culturali della zona dove sono stati accolti, ma anche le potenzialità che simili progetti possono portare, al punto che entrambi hanno già trovato uno sbocco lavorativo, proprio nell'ambito dell'esperienza artistica. Particolarmente emozionante è stato il racconto dell'incontro con l'Hospitale di san Giovanni a Majano e la sorpresa di entrare nelle chiese e di sentire all'interno di esse "la stessa presenza di Dio che si incontra in qualsiasi altro luogo di fede e preghiera". Nel filmato illustrativo, oltre a tutte le altre, ha colpito molto anche la testimonianza del giovane Mosè, sloveno di Jazbine, che sulla piazza della Transalpina/Trg Evrope, ha parlato della necessità di oltrepassare tutti i confini.

E' veramente notevole il fatto che un'istituzione pubblica importante come la Soprintendenza, impegni il proprio personale in progetti di così grande respiro, invitando a collegare la potenza dell'arte con la valorizzazione della dignità di ogni persona umana e l'affermazione della fraternità universale.

venerdì 16 gennaio 2026

La decima mas in Municipio di Gorizia è una vergogna!

 

Sabato 17 gennaio, alle ore 11 presidio antifascista all'incrocio tra Via Diaz e Corso Verdi. 

Si compie il solito rito, ridotto di fatto a una mera provocazione. I reduci della x mas vengono a Gorizia e vengono accolti con tutti gli onori nell'atrio del Municipio. Vogliono ricordare i commilitoni caduti durante le orribili azioni, sostenute per obbedire agli ordini dei fascisti e dei nazisti. E' dimostrato che molti appartenenti a queste squadre paramilitari si siano comportati così crudelmente, da far impallidire perfino i colleghi tedeschi.

Basta aprire qualsiasi libro di storia per rendersi conto del ruolo della x non soltanto nel periodo dei repubblichini, ma anche nei decenni successivi, basti pensare al tentativo di golpe ordito da junio valerio borghese nel dicembre del 1970. Sono stati tutti atti che avevano lo scopo esplicito di minare la fragile democrazia in Italia, in un tempo nel quale la strategia della tensione fascista aveva riempito di terrore i cittadini.

Insomma, se proprio non è possibile impedirlo, che facciano quello che a loro pare, mettere corone su un monumento o pregare per le anime dei massacratori. In Germania le memorie della furia nazista sono state cancellate per scongiurare tentazioni di emulazione, in Italia e a Gorizia, al contrario, è ancora possibile visitare e onorare le tombe e le lapidi dedicate a chi ha condotto l'Italia alla catastrofe o mantenere il nome di mussolini tra i cittadini degni di onore. Ma che i rappresentanti delle istituzioni, vestiti in forma ufficiale con la fascia tricolore sulle spalle, ricevano questi vecchi nostalgici con tutta la riverenza possibile, questo è veramente scandaloso e inaccettabile, una vergogna! 

Non sarebbe ora di finirla con queste provocazioni? Lasciamo che quattro anziani versino lacrime sui morti, ma basta con queste sceneggiate nell'atrio del Comune. Vadano dove vogliono, ma non siano accolti come eroi nel luogo simbolo dell'unità di una cittadinanza che non merita questo affronto.

Quale conto elettorale deve pagare l'amministrazione comunale, per esporsi ogni anno a una simile umiliazione e a una riprovazione quasi unanime, di proporzioni nazionali e internazionali?