Promossa dai sindacati unitari di base e partecipata dagli studenti, la manifestazione nazionale del 29 ottobre ha avuto un successo a dir poco strepitoso.
La protesta ha unito anime molto diverse. C'è chi lotta per il diritto a una paga dignitosa e chi per la realizzazione del proprio futuro. C'è chi contesta il Governo Meloni e più in generale l'attuale sistema partitico dominante e chi sottolinea il vertiginoso rincaro dei prezzi. C'è chi sostiene la causa del popolo palestinese, chi quella di Cuba, chi più generalmente quella della pace. La preoccupazione per la guerra percorre tutti gli interventi e gli appelli, ai ministri delle infrastrutture, dei trasporti, dell'istruzione, della difesa.
La folla enorme - solo a Roma ho visto per oltre tre quarti d'ora sfilare un immenso fiume multicolore - ha dato una testimonianza di preoccupazione e di civiltà, unendo il creativo colore della gioventù con profonde, articolate e convincenti riflessioni. Solo chi non ha mai partecipato a eventi del genere può non capire la forza di un messaggio così potente, proprio per la sua indole democratica, civile partecipativa e assai consapevolmente nonviolenta.
Ah sì, le violenze? I casi sono due, ma i fatti orientano a scegliere la seconda soluzione: o si tratta di una minoranza infima che si infiltra in simili contesti per "creare casino" (riuscendoci, se 1 su 10.000 tira un sasso sugli scudi della polizia, tutto il mondo mediatico si scatena su di lui, trascurando gli altri 9.999). Oppure è una provocazione ben costruita, quella dimostrata a Genova nel 2001, in mille altre occasioni in Italia e nel Mondo: si arriva con i volti coperti (chi ha mai saputo il nome di un black blok?), si rompono vetrine e si tirano oggetti contro la polizia schierata in assetto di guerra. Questa si mette in movimento e crea il caos manganellando a destra e a manca e arrestando tutti quelli che capitano a tiro. Poi si sceglie qualche capro espiatorio su cui riversare tutta la "colpa" dell'accaduto. Ed ecco, svanita la forza della grande protesta pacifica. Pe risolvere l'enigma, è bene farsi la solita domanda: a chi giova?
Il 29 ottobre non c'erano in piazza né i sindacati confederati tradizionali, né i partiti del cosiddetto centro sinistra. E si sono mobilitate centinaia di migliaia di persone. Anche questa indicazione è molto forte: la gente non ne può più di giochetti politici, di campi più o meno larghi e di strategie asfittiche. Vuole nuovi volti e nuove parole. Vuole che accada l'impossibile, cioè quello che la Serbia ha dimostrato possa accadere. Un movimento dal basso, fuori dalle dinamiche consolidate, incentrato sulla denuncia della corruzione e sulla proposta di un futuro migliore, può arrivare a vincere delle elezioni, può essere chiamatoi a governare.
Farà meglio di chi viene contestato? Peggio sembra davvero difficile, per il resto non c'è da far altro che sostenere, partecipare e anche - perché no? - sperare bene. Ma questo mondo in movimento, soprattutto questi giovani, non devono essere giudicati a priori dal cinismo senile della politica attuale. Devono essere ascoltati, presi in consideraizone. Si deve anche riflettere, discutere insieme a loro. Soprattutto è necessario, metaforicamente e realmente, camminare insieme a loro.

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