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domenica 26 gennaio 2025

Giornata della Memoria 2025

 

Luce e Cici Einstein, in un momento spensierato
In occasione della Giornata della Memoria 2025, voglio ricordare ancora una volta la mia prozia Nina Mazzetti, moglie dell'ingegnere Robert Einstein, cugino del più famoso Albert, assassinata dai nazisti insieme alle due figlie, Luce e Annamaria (Cici) Einstein, di 17 e 26 anni, il 3 agosto 1944, nella villa del Focardo, sopra Firenze.

E' una goccia nell'oceano di dolore costruito dal nazismo e dal fascismo, un milionesimo dell'immane tragedia della Shoah e dell'annientamento di interi popoli nei campi di sterminio e nelle infinite stragi che si sono verificate in Italia e in Europa.

Ma ogni individuo è un mondo a sé stante, portatore del mistero dell'esserci. Contemplando il particolare, ci si rende conto dell'universale e guardando all'insieme, si scopre che in esso si realizza l'umana avventura di ciascuno. Il razzismo ha massacrato milioni di persone - non solo ebrei, ma anche rom, testimoni di Geova, omosessuali, portatori di disabilità, oppositori politici -  non tutte insieme ma una a una e ogni uccisione ha spento una fiammella della luce che è la Vita.

Non ci può essere atto più orribile del cancellare l'esistenza di un'altra persona. Chi uccide un uomo, uccide l'intera umanità e - come scrive il Corano - chi salva un uomo salva tutta l'umanità, perché siamo tutti indissolubilmente legati gli uni agli altri e all'intero regno dei viventi. L'unica possibile giustificazione della violenza è la consapevolezza che non ci possa essere altro strumento per impedire una immensa, maggiore sofferenza. Ed è per questo che l'unica guerra non ingiusta del XX (e del XXI) secolo è stata quella partigiana, finalizzata a sconfiggere il mostro razzista nazifascista che aveva condotto l'umanità intera sull'orlo della catastrofe finale.

E' giusto ricordare che i campi di sterminio e le stragi non sono stati frutto di una disgrazia o di un fenomeno naturale. Sono stati invece l'esito di libere scelte, attuate da persone con un nome e un cognome, ispirati da ideologie perverse alle quali avevano consacrato la loro vita. Non si può trascorrere un'intera Giornata della Memoria, senza nominare i criminali che hanno provocato la tragedia che in essa viene ricordata e senza essere grati a chi ha messo a repentaglio la propria vita, combattendo perché quell'orrore potesse finire. Non si può inorridire davanti a ciò che è accaduto, senza dichiararsi antifascisti.

Altrimenti, quel "mai più", oltre che illusorio, rischia di essere anche ipocrita, in un mondo in cui ovunque le stragi degli innocenti si stanno quotidianamente ripetendo, sotto lo stesso sguardo impotente o complice dei cosiddetti Grandi di ogni tempo.

sabato 3 febbraio 2024

Julius Kugy, a 80 anni dalla morte

Il 5 febbraio 1944, esattamente 80 anni fa, moriva Julius Kugy.

Era nato a Gorizia il 19 luglio 1858, nella casa dei conti Coronini, ma è vissuto sempre a Trieste, fino alla morte.

Ha dedicato la sua vita alla bellezza.

Ha iniziato da giovane, percorrendo in lungo e in largo il Carso, alla ricerca di qualche fiore o qualche pianta rara. Vedendo stagliarsi lontano le vette delle Alpi Giulie, fu letteralmente trascinato verso l'alto, raggiungendo per primo alcune cime, aprendo nuove vie e svelando molti segreti delle più straordinarie montagne. Non era mai solo. Si è circondato di alcune figure leggendarie di guide alpine, con il quale ha intessuto relazioni di stretta collaborazione, ma anche di sobria e profonda amicizia. Indimenticabili sono i ritratti di Andrej Komac, il silenzioso e affettuoso compagno delle più importanti ascensioni nel grippo del Triglav, di Anton Oitzinger, il vivace "re" di Valbruna, come pure delle guide valdostane. Affascinato dalla val Trenta, l'ha frequentata assiduamente, fino agli ultimi anni della sua vita, quando si sedeva proprio nel punto nel quale si erge ora la statua in sua memoria, contemplando il Veliki Ozebnik e l'inconfondibile Jalovec. Ha conosciuto nel profondo la gente della montagna che lo ha guidato anche nella ricerca del fiore mitologico, la Scabiosa Trenta, tra gli anfratti delle rocce scavate dai torrenti o sulle pericolose cenge affacciate sul vuoto che un tempo erano state le strade maestre di Zlatorog, il camoscio dalle corna d'oro, custode del regno fatato delle Rojenice, sotto la cuspide del divino Triglav.

Kugy era anche un ottimo musicista. Suonava regolarmente l'organo della chiesa evangelica luterana di Trieste ed era appassionato delle sonate di Bach, quanto delle "prime" sullo Jof di Montasio. La musica accompagnava la contemplazione della Natura e l'immersione tra i panorami alpini rafforzava la sua competenza musicale. Apprezzato da chiunque lo avesse incontrato, con l'amico Albert Bois de Chesne aveva collaborato all'apertura del meraviglioso giardino botanico "Alpinetum Juliana" presso la chiesa di Trenta, dove si possono trovare tutti i fiori presenti in quello che oggi è il più importante parco nazionale della Slovenia. Lì aveva conosciuto il parroco Josip Abram, talmente amato dai suoi parrocchiani da aver ottenuto da essi il soprannome di "Trentar". Kugy lo aveva definito "l'uomo più buono che avesse mai incontrato". Abram era un fine intellettuale, traduttore dall'ucraino allo sloveno, amico del grande pittore Tone Kralj, al quale aveva commissionato le pitture parietali di Trenta e si Soča, più tardi di Pevma, dove era stato trasferito al termine dell'esperienza montana.

Oltre a tutto ciò, Julius Kugy è ricordato perché non ha tenuto nascoste le sue passioni, ma le ha raccontate mirabilmente nei suoi libri. I tre principali sono La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti , Dalla vita di un alpinista e Le Alpi Giulie attraverso le immagini, pubblicati per la prima volta nella straordinaria traduzione italiana del grande Ervino Pocar, da Tamari Editori Bologna alla fine degli anni '60. Ciò che è stato per tutti Salgari, con i suoi libri di avventura che hanno spalancato a un paio di generazioni le porte dei mondi sconosciuti dell'estremo Oriente, è stato Julius Kugy per i ragazzi e i giovani amanti della Montagna. Con le sue parole ha preso per mano i curiosi e li ha convinti a salire i più impervi sentieri e ha aiutato a sognare coloro che per un motivo o per l'altro, non hanno potuto intraprendere la via delle limpide catene montuose. Ha unito avventura e spiritualità, ha celebrato con convinzione, nella fatica del salire come nella capacità di ascoltare e contemplare, l'autentica gioia della Vita. Non si può che ricordarlo con un immenso Grazie!

sabato 27 gennaio 2024

Giornata della Memoria 2024

Begunje, monumento ai Sinti vittime del nazismo

Vi propongo oggi la mia riflessione, tenuta a Gorizia, davanti al Monumento dedicato ai Deportati nei campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale. E' un po' lunga, ma può servire come spunto di approfondimento, in questa Giornata della Memoria 2025.

Lepo pozdravljeni vsi skupaj. Buona giornata a tutte e tutti voi qui presenti.

In realtà non stiamo vivendo buone giornate e mai come quest’anno la “Giornata della Memoria” si presenta da una parte come urgente occasione di riflessione, dall’altra come pietra d’inciampo che disturba la retorica del politicamente corretto.

Opravičujem se slovenskim tovarišem, govoril bom v italijanščini, z nekaj krajšimi poudarki tudi v slovenščini. Kolikokrat v teh dneh slišimo izreči besede s močnim čustvom: Jamais plus, Mai più, nikoli več!? Vendar se te besede vse bolj zdijo zgolj retorična vaja, ko jih postavimo pred dramatičnost sedanjosti.

Inizio modulo

Quante volte in questi giorni sentiamo pronunciare con vibrante emozione le parole: Jamais plus, Mai più, Nikoli več!? Ripeterlo tutti insieme, costantemente, non è tuttavia sempre il modo per evitare che i tragici eventi si possano ripetere. C'è invece il rischio che tale rituale stracciamento di vesti, trasformi il necessario ricordo in una melensa e deresponsabilizzante condanna di eventi che, se non interpretati nel contesto attuale, vengono confinati in un passato che per quanto terribile, non disturba di fatto più nessuno.

La realizzazione del »mai più« passa invece proprio attraverso il coraggio della scelta individuale, in particolare di quella che un tempo si chiamava obiezione di coscienza. Don Lorenzo Milani ricordava che »l'obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni«. I gerachi nazisti, a Norimberga, giustificavano i loro crimini sostenendo di »aver obbedito agli ordini«, o, in altra versione, di »aver applicato la legge«. Ecco, se ogni tedesco e ogni italiano non avessero compiuto scelte che hanno portato al nazismo e al fascismo e se poi non avessero obbedito agli ordini, Hitler e Mussolini non avrebbero avuto alcun ruolo nella storia della Germania e dell'Italia. Pensiamoci bene, quanto sia importante l'assunzione della responsabilità individuale...

In realtà la memoria, se è autentica, è sempre divisiva perché – come ci ricordava Stojan Pelko il 30 dicembre scorso citando le tele squarciate di Lucio Fontana – essa è come una ferita che strappa una parte dall'altra, che costringe ad attraversarla per poterla curare. Un po' come, citando un noto filosofo italiano, suggeriva: "Di fronte al peso della memoria dobbiamo essere irragionevoli (deraisonnable)! La ragione è l'eterno cartesianesimo. Contro Cartesio, bisogna scegliere Galileo: il più bello è pensare "contro", pensare "nuovo". Spesso il ricordo impedisce la resistenza, il rifiuto, l'invenzione."

E' proprio questo che vogliamo portare avanti oggi, in una Giornata che finalmente torni a non essere scontata e che ci metta di fronte a questioni delicate e scomode, che occorre affrontare: il genocidio che si sta consumando nella striscia di Gaza non ci consente di fare finta di niente. La »memoria divisiva« è l'unica che può consentire il riconoscimento e la denuncia dei semi di razzismo dai quali sono nate e purtroppo sono di nuovo cresciute, le venefiche piante del fascismo e del nazismo

E' con questa premessa che ricordiamo oggi le vittime di tante inenarrabili tragedie verificatesi nel corso del XX secolo. Il nostro pensiero va a 17 milioni di esseri umani, donne, uomini e bambini – ebrei, ma anche rom, sinti, omosessuali, oppositori politici, persone portatrici di varie disabilità, testimoni di Geova - tutti innocenti, indifesi e inermi, trascinati nelle camere a gas e, come cantava Guccini, »passati per un camino«. Facendo memoria della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, da parte dell'Armata Rossa, il 27 gennaio 1945, si devono ricordare anche tutte le altre vittime del nazismo e del fascismo negli altri campi di sterminio – anche nella »nostra« Risiera di San Sabba – e nelle ricorrenti stragi attuate in Italia e in Europa, dalle SS, ma anche dalla Wermacht, come pure dalla Decima Mas. Quest'ultima, con il golpista Junio Valerio Borghese, collaborò attivamente con i soldati tedeschi in tutto il nord Italia e si rese protagonista, anche autonomamente, di rastrellamenti, vessazioni, esecuzioni di civili, torture talmente gravi da suscitare perfino le proteste dei funzionari della Repubblica di Salò. Era questa l'organizzazione onorata dai »miti vecchietti« che lo scorso sabato sono stati ricevuti con i loro inquietanti labari e con tutti gli onori nel Municipio di Gorizia.

Lo sterminio voluto da Hitler con la complicità di Mussolini, rappresenta il male assoluto, ma è anche l'esito inevitabile dell'affermarsi delle ideologie che presuppongono l'intolleranza, il razzismo, l'ipernazionalismo, il crimine sistematico, che portano il nome di fascismo e nazismo.

Nella »memoria« odierna possiamo a buon diritto aggiungere il triste e purtoppo lunghissimo elenco delle stragi di innocenti, uccisi per rappresaglia o per appartenenza culturale e religiosa. Il »mai più« dovrebbe essere amplificato dal ricordo non solo degli enormi numeri, ma anche di ogni singola vittima dell'estrema violenza che ha generato i campi di sterminio.  

V Italiji na primer se spominjamo tudi na pokole nedolžnih civilistov leta 1944: Sant'Anna di Stazzema – stotine nedolžnih in neoboroženih mrtvih –, Marzabotto – skoraj dva tisoč nedolžnih in neoboroženih umorjenih in mnogo drugih krajev, katerih imena nas opominjajo na podobne tragedije.

(Dato che quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario dell'evento, consentitemi anche un ricordo più »personale«. Si tratta dell'eccidio della villa del Focardo, presso Firenze dove, alla vigilia dell'arrivo degli Alleati, il 3 agosto 1944, i soldati tedeschi hanno fucilato sul posto Luce e Anna Maria – di 26 e 18 anni – soltanto perché portavano un cognome ebreo e la loro madre Nina Mazzetti, moglie di Robert Einstein, cugino diretto di Albert. Le uccisero senza pietà, davanti agli occhi delle cugine, ospiti degli zii, risparmiate perché non ebree. Una di esse era mia madre.)

Come dimenticare inoltre ciò che hanno compiuto gli italiani nella Primorska durante il fascismo e in Slovenija durante la seconda guerra mondiale? Per chi non se le ricordasse, ripetiamo le inqualificabili parole razziste di Mussolini nel 1920, ben prima dell'emanazione delle vergognose leggi razziste del 1938: Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. Io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani. Ljubljana, tra il 1941 e il 1943, è stata trasformata in un campo di concentramento a cielo aperto affidato alla custodia degli italiani, da dove non si poteva né entrare né uscire. Facciamo memoria delle stragi di civili, del »si uccide troppo poco« di Robotti, dell'incendio di decine di paesi – recentemente documentato in un intenso film di Nadja Velušček e Anja Medved; non dimentichiamo i crimini fascisti attuati in Jugoslavija e in tutti i Balcani, le deportazioni e la morte di migliaia di civili – donne, bambini, anziani - deportati in quanto sloveni nei campi di Borovnica, Rab, di Gonars, Visco, Sdraussina, Kostanjevica. 

Sarebbe importante nominare una a una tutte queste vittime. Per farsi un'idea, relativa al solo mondo ebraico, nel monumento memoriale di Yad Vashem, presso Gerusalemme, una voce scandisce ogni minuto – giorno e notte - ciascuno dei nomi degli uccisi. Occorrono più di dieci anni per nominarli tutti.

Ampak "nikoli več" ostane jalovo, če ni volje za iskanje vzrokov tega, kar se je zgodilo, če se ne vrneš nazaj v zgodovino in če nisi sposoben brati sedanjosti z drugačnimi kategorijami od tistih, ki so povzročile katastrofo.

Tornando al presente, al posto di quella che ho chiamato »memoria divisiva«, chi non vuole fare i conti con l'eredità del fascismo in Italia e anche nella nostra Regione, preferisce  invocare una cosiddetta “riconciliazione pacificante”, basata sulla revisione fantasiosa o pretestuosa dei dati storici e soprattutto sulla richiesta – implicita o esplicita - di collocare sullo stesso piano le vittime e i carnefici. Va senz'altro in questa direzione la legge 92/2004, emanata a grande maggioranza dal Parlamento italiano, che fissa la data della cosiddetta »Giornata del Ricordo« il 10 febbraio. Lo stesso si potrebbe dire, se non fosse stata dimenticata perfino dagli stessi che l'hanno proposta, della »memoria e del sacrificio degli Alpini« caduti nella la battaglia di Nikolajewka, fissata con la legge 44/2022 il 26 gennaio. Queste date portano a  porre sullo stesso piano situazioni totalmente diverse, proponendo un'assoluzione generale e un medesimo criterio di giudizio.

La memoria delle immani violenze e della volontà distruttiva di intere categorie di persone, che si sono verificate nei campi di sterminio e altrove, non può essere paragonata in alcun modo con il ricordo dell'esodo volontario dall'Istria e dalla Dalmazia, degli italiani che si sono sentiti minacciati dal nuovo Stato Jugoslavo. Il dramma delle foibe, nella sua versione più nota, è l'ultima pagina della seconda guerra mondiale, voluta e scatenata da Hitler e Mussolini. E' una pagina triste, la cui interpretazione deve essere lasciata agli storici di professione, non a fiction di pessima qualità, finalizzate solo a sollecitare le emozioni degli spettatori o ai video-scoop di giornalisti che vogliono dimostrare presunte tesi precostituite. La questione può essere riportata a rivalse politiche, in alcun modo a una volontà sistematica di cancellazione dell'identità italiana. Nel rispetto della sofferenza di chi è stato coinvolto, questi atti di guerra non c'entrano con la sistematica volontà di annientamento generale di donne, uomini e bambini, propugnata e portata avanti nella soluzione finale. Un soprassalto di precisione, in questo ambito, lo si deve soprattutto alle stesse vittime, anche a quelle ricordate nei monumenti del Parco della Rimembranza, i cui nomi sono stati recentemente oggetto di un'analisi approfondita, coordinata da Anna Di Gianantonio. A questo proposito, vorrei ribadire pieno accordo con la proposta dell'ANPI, affinché il Comune si adoperi per realizzare un monumento che ricordi gli oltre tremila deportati – soprattutto sloveni, ma anche ebrei e antifascisti italiani - passati per il carcere di via Barzellini e torturati, prima di essere condotti nei campi di concentramento o anche alla fucilazione. A essi il libro di Luciano Patat ha riconsegnato un'identità e la recente traduzione in lingua slovena ha riconsegnato i nomi e i cognomi originari, forzatamente  italianizzati nel ventennio.

Insomma, l'invito alla »riconciliazione« è in realtà un tentativo di porre, anche sul piano del giudizio storico, tutto sullo stesso piano, evitando in qualsiasi modo di parlare di ciò che è scomodo e può (anzi deve) generare divisioni. 

Tako kot se pogosto omenja v teh časih v Gorici, ko govorimo o odnosu z Novo Gorico v luči Evropske prestolnice kulture.

Ko gledamo sedanjost, med neskončnimi možnimi točkami, bi izbral dve, tisto, ki se nanaša na sprejem migrantov, in tisto, ki se nanaša na svetovni mir.

Una riflessione in più meritano oggi i temi dell'accoglienza e della guerra.

Tutto il Pianeta è in movimento. I conflitti infuriano almeno in trenta Paesi e costringono alla fuga popolazioni intere. La fame falcia milioni di vite umane, mentre nel cosiddetto »Occidente« si discetta sui divani televisivi sulla differenza tra i profughi dalle guerre e i migranti economici, che non avrebbero il diritto di fuggire dalla miseria. Di fronte a questa situazione cosa succede in Italia e in Europa (e non solo)? Che non sono mai state avviate autentiche politiche di accoglienza, mentre si sono moltiplicate quelle di difesa. Il fortino occidente si difende – qualcuno vorrebbe anche con le armi – dall'arrivo di decine di migliaia di poveri. C'è già una »Giornata delle memoria« delle vittime cadute nel corso delle migrazioni, ma ha un risalto infinitesimale, quasi nessuno la celebra, il 3 ottobre di ogni anno. Papa Francesco richiama spesso l'ecatombe di migranti nel Mar Mediterraneo, ma non dimentichiamo i morti nei fiumi e boschi del Balcani, i detenuti nei campi di concentramento in Turchia, in Libia e nelle isole greche.

Ma anche sotto i nostri occhi, abbiamo tanti richiedenti asilo »di passaggio« a Gorizia, assistiti nella fase dell'urgenza soltanto dal volontariato. Chi non ricorda qualche anno fa la galleria Bombi? Chi non sa cosa accade oggi, intorno alla stazione ferroviaria e alla Casa Rossa? Come si può dire »Mai più razzismo« e respingere oltre i confini chi bussa alle nostre porte, non accorgersi delle ferite e delle piaghe dei lunghi cammini, rifiutare quelle cure che Lorena Fornasir e Gianandrea Franchi prestano in Piazza Libertà, lasciare per mesi le persone affondate nel fango del Silos di Trieste? O anche far finta di niente – nella nostra bella  Gorizia/Gorica - davanti a cento poveri che ogni sera e notte, dal pieno dell'estate fino a qualche giorno fa, si sono riparati solo con una coperta portata da chi li assiste, in balia della pioggia, del vento e del freddo autunnale? Sono esseri umani, essendo qua fra noi dovrebbero essere considerati alla stregua di ogni Goriziano, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, non come un ingombro da rimuovere per spazzare il salotto buono della città, in vista degli avvenimenti del 2025. Mi sembra difficile gridare »Mai più il razzismo« e poi ridurre le persone a oggetti da sballottare di qua e di là, negare addirittura ogni sostegno a chi chiede soltanto di avere un luogo nel quale pregare, guardare con sospetto ogni persona portatrice di una visione religiosa o filosofica diversa dalla propria.

Riguardo alla guerra, il tema oggi è più delicato che mai.

Če, zaradi časovne omejitve, pustim ob strani Darfur, Sudan in Južni Sudan, Jemen in mnoge druge kraje "kjer zemlja gori", se bom osredotočil le na dva konflikta, ki sta danes najbolj v središču svetovne pozornosti, tudi zato, ker bi se z njihovo razširitvijo lahko prešlo iz tega, kar mnogi imenujejo razpršena Tretja svetovna vojna, v dejansko vojno y upletenostjo celotnega planeta.

In Ucraina, la situazione era chiara fin dal primo momento. L'unica soluzione possibile era e continua a essere una ed esclusivamente una, quella della trattativa tra le parti in causa, in grado di garantire i diritti di tutti, compreso le popolazioni russofone della Crimea e del Donbass. L'Europa e gli USA non hanno voluto sostenere la forte iniziativa di pace promossa fin da subito dal Vaticano e da pochi altri Paesi. Hanno deciso di inviare le armi a Zelensky e anche l'Italia – con l'accordo di quasi tutto l'arco parlamentare – sembra voler continuare su questa strada. E così, senza sostanziali cambiamenti, centomila e più giovani soldati, e migliaia di civili, russi e ucraini hanno perso la vita nei due anni di questa quanto mai definibile »orrenda carneficina« e »inutile strage«. Non si può dire »Mai più la guerra« e continuare a pensare di risolvere la situazione, soltanto continuando a inviare armi nell'Europa Orientale!

E oggi non si può evitare un cenno a quella che i credenti chiamano Terra Santa. Ciò che Israele sta compiendo a Gaza è un genocidio. Bombardare sistematicamente un territorio già di per sé ridotto alla fame, provocare la morte di oltre 10mila bambini (su 25.000 caduti finora), cos'altro si può chiamare se non genocidio? Gli attentati di Hamas del 7 ottobre sono stati un gesto efferato, da condannare senza esitazione, possono essere spiegati ma non giustificati da ottanta anni di continue vessazioni e incredibili ingiustizie subite dal popolo palestinese. La reazione dell'esercito israeliano – sostenuto dagli USA e dall'Unione Europea - è totalmente scentrata e sproporzionata. Occorre riconoscere, con il segretario delle Nazioni Unite Gutierrez,che ciò che si sta verificando non è altro che un inaccettabile massacro attuato attraverso i bombardamenti e la riduzione di un'intera popolazione al rischio di morte per fame.

No, l'attuale politica dello Stato di Israele non può essere accettata o assolta, con il riferimento al pericolo dell'antisemitismo e alle prove subite dagli ebrei durante il nazismo. L'antisemitismo è un veleno da combattere in tutti i modi possibili, la persecuzione o l'oltraggio agli ebrei in quanto ebrei è stato e continua a essere un disonore per l'intera umanità. Ma in questa Giornata della Memoria 2024,  è necessario dire forte che anche qualsiasi altra persecuzione nei confronti di donne, uomini e bambini, motivata solo dall'appartenenza culturale o religiosa, è altrettanto un disonore per l'intera umanità. No quindi – nel mondo e nella nostra Capitale europea della Cultura - a ogni forma di razzismo, all'antisemirismo come all'islamofobia, all'omofobia, al maschilismo, alla xenofobia, al nazionalismo esasperato, alla schiavitù in tutte le sue forme e a qualunque ideologia che tenda a sminuire la dignità di ogni essere umano, unico e irripetibile. Si può e si deve quindi condannare senza alcuna esitazione l'antisemitismo, ovunque si manifesti, senza per questo rinunciare a esprimere una chiara condanna della strategia di guerra adottata da Israele contro i palestinesi della striscia di Gaza.

Torej, resnično "Nikoli več, Mai più", bi bilo danes verodostojno le, če bi ga spremljala enotna volja po izkoreninjenju vsakega znaka rasizma in nacionalizma v naši družbi, po sprejetju politik gostoljubja in solidarnosti do ljudi, ki prihajajo iz vsega sveta, po odvzemu zaupanja orožju kot orodju za reševanje planetarnih problemov, po ponovnem potrjevanju poti pogajanja kot edine možne, humane in racionalne rešitve, po zahtevi za takojšnje prenehanje sovražnosti v Ukraini, po prekinitvi genocida, ki poteka v Gazi.

Forse i pensieri odierni sono stati un po' diversi, rispetto alle cose da dire ritualmente in ogni Giornata della Memoria. L'obiettivo non era quello di celebrare asetticamente la memoria di un evento del passato, ma offrire dei criteri per contestualizzarlo nel presente e rendere concreto il rituale »mai più«.

Per questo, ringraziandovi per l'attenzione, concludo ribadendo:

Smrt fašizmu, svoboda narodu!

giovedì 6 luglio 2023

Panem et circenses, un'interessante mostra di Tone Kralj a Ljubljana

 

Fino al prossimo 10 dicembre 2023, a Ljubljana presso il Muzej novejše in sodobne zgodovine Slovenije, è in corso unìassai interessante mostra dedicata a Tone Kralj e alle sue pitture realizzate fra il 1941 e il 1945. Il titolo è Kruha in Igre, traduzione del noto detto latino Panem et circenses.

Già il Museo, in sé stesso, merita una visita, in quanto consente di ripassare l'intera storia del Novecento sloveno, dall'epoca austroungarica fino ai giorni nostri. Proprio in questo contesto si inserisce l'esposizione di alcuni quadri dell'ampia opera pittorica di uno dei maggiori autori sloveni contemporanei, Tone Kralj (1900-1975).

Formatosi nelle più prestigiose Accademie europee, tra Praga, Vienna, Lubiana, Venezia e Milano, è stato inserito tra gli "espressionisti", anche se in realtà si è caratterizzato per uno stile del tutto specifico e originale. Le linee tematiche fondamentali sono tre.

La prima è l'ispirazione religiosa, della quale sono testimonianza gli affreschi e le pitture in numerose chiese, soprattutto della Primorska slovena. Il suo afflato spirituale si esprime nella descrizione commovente degli stati d'animo presenti nei protagonisti della varie vicende relative alla storia di Gesù, di Maria e dei santi, tra i quali si nota una certa predilezione per quelli provenienti dall'Oriente.

La seconda è la tematica nazionale. Figlio della sua Nazione, Kralj racconta la sua patria nei paesaggi quasi sempre riconoscibili e nei colori che richiamano quelli presenti nella bandiera slovena. Anche le illustrazioni che accompagnano molti testi letterari rispecchiano la volontà di far conoscere più possibile le vicende storiche, le tradizioni e le leggende che hanno contribuito a rafforzare la specificità identitaria. Particolare attenzione è dedicata alla gente semplice, ritenuta la vera depositaria della Cultura slovena.

La terza problematica, quella alla quale è dedicata tutta la mostra in atto a Ljubljana, è quella politica. La si riscontra spesso nei dipinti a sfondo teologico e spirituale, quando nei personaggi che circondano Gesù o i martiri si riconoscono facilmente i volti e le fisionomie di Mussolini, Hitler e degli altri capi fascisti e nazisti. Il fatto è particolarmente significativo, se si nota che tali opere risalgono a un periodo nel quale ancora il Regime è violento e oppressivo e le sottolineature artistiche avrebbero potuto portare il pittore fino davanti a un plotone di esecuzione. 

Le opere in esposizione fanno parte della terza tematica, ma con una forte identificazione del crocifisso sofferente con la situazione del popolo sloveno nel periodo della seconda guerra mondiale. Il famoso "Trattato di Rapallo" segna una tragica geografia dell'orrore, con i "lupi di Toscana" scatenati che mordono la parte del corpo della Slovenija rimasta sotto la dominazione italiana, sotto lo sguardo indifferente dei potenti del mondo del tempo. Il tragico destino degli "ostaggi" inermi, fucilati senza pietà dai soldati italiani occupatori di Lubiana, fra il 1941 e il 1943, suscita un moto di vergogna di fronte ad azioni efferate troppo spesso censurate e volutamente dimenticate in Italia. Il vertice della protesta sta proprio nel dipinto che dona il titolo, Panem et circenses. Un Mussolini duce e un Mussolini militare, dalla tribuna d'onore del palco di un immenso anfiteatro strapieno di figure rabbiose, guardano all'arena nella quale come gladiatori i collaborazionisti e i fascisti massacrano gli inermi schiavizzati, finendo poi per litigare e combattere fino al sangue fra loro.

Insomma, un grande brano di Storia per lo più in Italia caduto nell'oblio, viene riproposto da un pittore amante della libertà, capace di unire un indomito spirito impregnato di giustizia e di indignazione con uno straordinario afflato religioso, non disincarnato, ma profondamente innestate nelle opere e nei giorni del suo tempo. Una mostra (e un Museo!) assolutamente da non perdere.

martedì 4 aprile 2023

Come alle Fosse Ardeatine. La tremenda rappresaglia del 3 aprile 1944 a Opicina.

 

Lo sapevo, ma non nei particolari. Oggi mi sembra assurdo, ma fino a un mese fa questa storia la conoscevo soltanto a grandi linee.

Sì, avevo sentito parlare del criminale secondo processo di Trieste e della fucilazione di Pinko Tomažič e di quattro suoi compagni presso il poligono di tiro di Opicina. Non conoscevo del tutto la storia delle altre persone assassinate nello stesso luogo dai nazisti, 6 alla fine del 1944 e 14 il 28 aprile 1945, mentre a Milano si festeggiava già la Liberazione, Mussolini veniva ucciso e Hitler era in procinto di suicidarsi.

Conoscevo troppo poco, data la sua importanza e imponenza, la terribile vicenda del 3 aprile 2023, che ho avuto il triste onore di studiare e poi commemorare, insieme all'amico scrittore Miran Košuta, la scorsa domenica.

Che cosa è accaduto? Il 2 aprile 1944 si proiettava un film nel centro del paese, la proiezione del pomeriggio era dedicata ai ragazzi, quella della sera ai militari tedeschi di stanza a Opicina. Lo sapevano due partigiani azeri, reclutati a forza dalla Wermacht, poi fuggiti e accolti nelle file dell'esercito di Liberazione jugoslavo. Il loro attentato provocò la morte di 7 soldati tedeschi e creò un clima di terrore tra le file dell'esercito di occupazione. 

Le autorità triestine non lasciarono trascorrere che poche ore, prima di procedere alla rappresaglia. Prelevate dalle carceri del Coroneo e caricate sui camion militari, 72 persone, la maggior parte giovani - per lo più antifascisti croati, sloveni e italiani incarcerati per le loro idee e ovviamente del tutto estranei all'attentato - vennero condotte al poligono di tiro. Un gruppetto di cinque alla volta, furono spinti attraverso una porta in un cortile e fucilati senza pietà. Uno di loro restò vivo, sepolto sotto i cadaveri dei compagni. Il soldato che seminò le pallottole del cosiddetto colpo di grazia, lo "saltò" perché lo vide del tutto insanguinato e lui miracolosamente si salvò, soltanto ferito a una gamba. Riuscì a cavarsela rocambolescamente fuggendo con il favore dell'oscurità. Partecipò per molti anni alla cerimonia commemorativa.

71 morti, più di dieci innocenti per ogni milite tedesco ucciso, un'assurda rappresaglia. Sembra che l'intenzione fosse quella di trascinare al patibolo molte più persone, rastrellate dalle case e poi di punire il paese con un incendio globale. L'intervento del parroco presso le autorità pare abbia stornato questo ulteriore crimine di guerra.

In questi giorni di polemiche per le recenti ignoranti esternazioni della presidente del consiglio e del presidente del senato, i fatti di Opicina chiariscono che queste inutili criminose stragi non furono perpetuate per motivi etnici, sotto i colpi dei fucili al poligono caddero sloveni, croati e italiani. A provocare questi episodi inqualificabili e disumani, fu l'odio contro chi lottava per i diritti dei popoli e delle nazioni, contro chi non si adeguava alla logica del razzismo e della violenza sistematica. Furono espressioni feroci della logica della violenza dei fascisti e dei nazisti, di coloro cioè che hanno scatenato la seconda guerra mondiale e hanno perseguitato in ogni modo possibile chiunque abbia osato opporsi ai loro misfatti. 

Un sobrio monumento ricorda questi 71 caduti, una semplice targa i cinque compagni condannati nel secondo processo di Trieste. Non c'è alcuna insegna che ricordi gli altri morti del poligono, da decine di anni si chiede di istituire un "parco della pace" che unisca i luoghi della memoria del territorio intorno a Opicina. Per il momento, tutte le richieste sono cadute nel vuoto e così, delle "Fosse Ardeatine" di Trieste, ben poche persone sanno qualcosa. Non ci sono autorità presenti, non c'è il sindaco di Trieste né il prefetto, una sola fascia tricolore rivela la presenza di un assessore del vicino comune di Sgonico. Addirittura la zona è tuttora poligono di tiro funzionante e a chi non fa parte dell'associazione dei tiratori, viene precluso il parcheggio, nonostante l'afflusso previsto in occasione della manifestazione celebrativa.

In attesa che qualcuno provveda a riabilitare una giusta e doverosa memoria... 

Onore ai caduti, slava padlim!