domenica 27 luglio 2025

Stasera a Gorizia, davanti al municipio, alle 21.45!

 

Questa sera, per chi si trova a Gorizia, ci sarà la possibilità di partecipare insieme a questa "diserzione del silenzio". Alle 21.45 ci si troverà davanti al Municipio e, portando ciascuno qualche strumento per fare rumore, "disturberemo" le nostre e altrui coscienze.

La situazione di Gaza ha superato ogni limite e il dolore per ciò che sta accadendo è immenso. Ci sono i quotidiani bombardamenti, decine di migliaia di morti, tra essi tantissimi bambini. Si aggrava di giorno in giorno la catastrofe umanitaria, un disastro dentro il disastro, con il rischio concreto che il genocidio non sia perpetrato solo attraverso le armi, ma anche con la fame. Sono impediti gli ingressi dei convogli con generi alimentari e di prima necessità, è vietato, pena il rischio di essere uccisi, perfino l'avvicinamento al mare di Gaza. Come è possibile tacere di fronte a una simile spaventosa situazione.

In effetti, non tutti tacciono. Ci sono manifestazioni di massa un po' ovunque nel mondo, coraggiosi parlamentari europei e anche italiani prendono posizioni molto chiare e dure, alcuni Stati compiono passi concreti per il riconoscimento dello Stato di Palestina e propongono concretamente boicottaggi nei confronti delle attività militari e industriali israeliane. Ma per il momento non sembra che tutto questo sortisca alcun effetto, come pure i frequenti appelli di Papa Leone, troppo spesso formali. Perché non provare a chiedere un visto per Gaza, con contestuale interruzione almeno momentanea degli attacchi, per chiedere dalla martoriatissima Striscia la fine dei bombardamenti, la riapertura delle vie umanitarie e anche la restituzione degli ostaggi israeliani? E' vero che spetterebbe ai Politici il compito di affrontare e risolvere le questioni, ma un intervento del Vescovo di Roma - piaccia o non piaccia - avrebbe un'autorevolezza e troverebbe un riscontro mediatico che nessun altro - neppure centomila persone che marciano insieme - potrebbe ricevere. Inoltre, se come probabile, tale visto fosse rifiutato, metterebbe in evidenza ulteriormente l'isolamento sempre più marcato di Netanyahu, costringendo perfino il suo amico Trump a posizioni più critiche.

Per il momento, molto altro non sembra si possa fare, se non alzando la voce e disertando il silenzio, come stasera a Gorizia, in Italia, in Europa e altrove. Ricordando, con i massacri di Gaza, anche quelli di altre parti del mondo, per esempio quelli che si svolgono quotidianamente in Sudan, come documentato da Irene Panozzo nel suo assai interessante articolo sull'ultimo numero di Isonzo Soča. Quanti esseri umani, quanti bambini, muoiono a causa della crudeltà e dell'avidità umana! E per la sorte di molti di loro non ci sono neppure un pensiero, una memoria, una fitta di dolore che attraversino l'anima....

domenica 20 luglio 2025

Via dal capitalismo...

 

Se non si supera il capitalismo, non se ne esce vivi.

Ognuno sostiene le proprie presunte ragioni. Se ci si abitua a rimanere esclusivamente nella bolla di sicurezza del proprio “giro”, non si può capire ciò che sta accadendo. E, se non si può capire, non si può nemmeno cambiare l’ordine delle cose.

I “giri” sono molti meno di quanto si potrebbe pensare. La stragrande parte delle persone non ne fa parte, vuole vivere, per quanto possibile, in salute, serenità e sicurezza. Ma anche la maggior parte dei cosiddetti attivisti sono (meglio forse dire siamo) parte di questa maggioranza silenziosa. Dopo la manifestazione, il post su facebook o su istagram, il sit-in o flash-mob che dir si voglia, si va a prendere un buon gelato e si preparano le valigie o gli zaini per le ormai prossime vacanze.

Un “giro” è molto più forte dell’altro, ha migliori mezzi di comunicazione e promette (mai accaduto che poi anche mantenesse!), serenità e tranquillità. Naturalmente, tutto ciò, panem et circenses, è ottenuto a scapito di miliardi di persone che muoiono di fame o che sono cancellate dalla storia attraverso tremendi genocidi – visibili, come a Gaza o invisibili, come in Sudan e in tanti altri luoghi della Terra. Ma alla stragrande parte delle persone questo non interessa, sosterrà il potente di turno fino a quando sembrerà che la sua posizione sia plausibile. Nel momento in cui la sicurezza sarà messa alla prova dalle prime bombe o dai primi scaffali vuoti nei supermercati, passerà subito dalla parte opposta, senza farsi troppi problemi.

L’altro “giro” contesta con creatività e simpatia, ma non può far nulla contro la propaganda piena di sicumera del primo. Ne diventa quasi un’appendice, nella tavola della Vecchia Signora – l’allegoria è di Ermanno Olmi – c’è spazio anche per chi protesta. Il Potere nell’era della cosiddetta democrazia ha bisogno di alimentarsi anche con l’esistenza della sua apparente opposizione.

Che fare allora? La risposta è molto difficile, ma passa attraverso la ricerca e l’individuazione delle cause. Da dove derivano le guerre, le violenze, le ingiustizie, la fame? Se poniamo come criterio etico universale (ammesso e non del tutto concesso che sia possibile) la centralità della persona, di ogni persona vivente sulla faccia della terra, il sistema che domina il mondo è il suo diametrale opposto. Al centro c’è infatti il Capitale e non la Persona. Per questo, vivere nel tempo del capitalismo, significa sperimentare la terribile divisione tra un effimero mondo di ricchissimi e un enorme Pianeta di impoveriti e affamati. Da questa sperequazione, madre di tutte le disgrazie che ci affliggono, derivano la volontà di potenza e di sopraffazione, l’utilizzo dei concetti di Dio Patria Famiglia come strumenti per uccidere e annientare, tutti i nazionalismi e i razzismi che nascondono gli squallidi interessi di pochissimi padroni del vapore.

Occorre superare il capitalismo. Per questo ci vuole una nuova filosofia, capace di indicare una nuova strada per un futuro di pace e armonia delle stupende diversità che ci caratterizzano. E ci vuole una nuova forma di distribuzione delle immense risorse che il Pianeta ha in serbo per tutti. Occorre pareggiare i conti, fare in modo che i ricchi siano sempre meno ricchi e che i poveri siano sempre meno poveri. E’ il trionfo sulla legge della giungla. Non è quello fisicamente più forte o quello che ha in mano la maggior parte dei mezzi a dover determinare il futuro del mondo. E’ invece ogni essere umano, unico e irripetibile, che deve essere il protagonista di quella pace universale e di quella custodia dell’intera Natura, che ha bisogno di tutti e di ciascuno.

Trasformando la proprietà privata in collettiva, il possesso in distribuzione universale dei beni, si vincerebbe contro la logica dell’egoismo e si entrerebbe nella civiltà post-cavernicola, dove ciascuno sarebbe considerato indispensabile pietruzza nel meraviglioso mosaico dell’universo Cosmo. Magari il “giro” che si oppone oggi alla violenza globale, investisse tutte le proprie forze a convincere la “stragrande maggioranza” del fatto che solo un nuovo sistema economico, politico e sociale potrebbe garantire una sicurezza definitiva e senza confini.

martedì 15 luglio 2025

Nostalgia canaglia...

 

Solo qualche spunto, il tema è gigantesco...

Etimologicamente, la "nostalgia" è "il dolore del ritorno".

E' legata inevitabilmente al limite e ha un senso all'interno della concezione ciclica del tempo.

Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. Ciò che suscita sofferenza interiore è la consapevolezza dell'ineluttabilità. E' qualcosa di diverso dal ricordo e dalla memoria. Se il primo consente di proiettarsi in un passato che suscita solo temporanee emozioni, la seconda rende possibile rivivere pienamente nel presente ciò che viene ricordato. E' il concetto ebraico di ziqaron o greco di anamnesis, alla base del rito pasquale ed eucaristico: attraverso parole e gesti si rende di nuovo atto ciò che è accaduto una volta per tutte in un determinato momento del tempo e dello spazio.

La nostalgia ha a che fare con il ricordo e la memoria, ma lo spasimo che l'accompagna deriva dalla consapevolezza dell'irripetibilità del fatto. E' spesso accompagnata dal desiderio, altra parola chiave nello scandaglio dell'animo umano, la "privazione delle stelle". Ho nostalgia di un qualcosa che è accaduto (un contesto nel quale nuotano luoghi, sensazioni, persone, gesti, colori, musiche...), che vorrei tanto si ripetesse, ma che nel profondo so che non potrà mai più riaccadere- E' la percezione della limitatezza, la stessa che accompagna la malinconia, percezione trascendente di una bellezza eterna e infinita che si scontra con l'angusta prigionia della ragione nelle categorie dello spazio e del tempo.

In fondo è una rappresentazione sintetica della madre di tutte le nostalgie, ovvero la morte, il muro invalicabile per antonomasia. In fondo, da Gil Gamesh agli Argonauti, dall'Odissea all'Anabasi di Senofonte, è tutto un cercare di ritornare dal dove ci si sente esiliati, affrontando incredibili peripezie per scoprire, alla fin fine, che la meta non era il vero oggetto del proprio desiderio, bensì soltanto una tappa verso il Totalmente Altro.

Ecco perché, al fondo, la nostalgia è quella di un paradiso perduto, come raccontato nel testo biblico, ma anche nella miriade dei miti greci, terreno fecondo all'interno del quale si è scoperto il germoglio della filosofia. Tutta la storia, nell'ambito della concezione lineare da un punto iniziale a quello finale, altro non è che nostalgia del paradiso perduto, sia esso il mitico eden, la società senza classi dove la proprietà non aveva prodotto i suoi catastrofici effetti o una concezione dell'essere non ancora inquinata dal dominio della tecnica. Si potrebbe dire che la nostalgia è la fonte dell'inquietudine occidentale, figura dell'inevitabile terrore di una morte che si spalanca verso l'oscurità del Nulla, ispirazione del pensiero, dell'arte, della scienza, della religione. Ma è anche il motore nascosto della violenza, della guerra, della volontà di sopraffazione dell'altro, nel vano tentativo di sedare l'inesauribile desiderio di onnipotenza.

Non si può cancellare la nostalgia, a meno di non accogliere la visione dell'Oriente, quella che ormai la tecnica neocapitalista sta definitivamente cancellando. La concezione circolare della storia, presente peraltro in molti altri miti greci, solleva l'uomo dalla responsabilità drammatica della scelta e colloca l'essere all'interno del ciclo di un eterno ritorno. In esso c'è soltanto quiete, nel fascino della permanenza e dell'immutabilità. La nostalgia, se sopravvive, rimane confinata nell'ambito della psicologia individuale.

Di questi e di molti altri argomenti, connessi alla "nostalgia", parliamo stasera, Angelo Floramo e io, alle ore 21 in Villa De Brandis a Manzano. Chissà che forse, in un momento così drammatico della storia, costellato da preoccupazioni per la guerra, per la fame e per la libertà, non possa nascere qualche nuovo spunto, magari - perché no - l'idea di edificare un ponte tra Occidente nostalgico e Oriente fatalista, per trasformare la volontà di Potenza dell'Uomo in ricchissima potenzialità di costruzione di una nuova più armonica convivialità. Tra gli esseri umani e con ogni forma di Vita presente sul Pianeta Terra.

domenica 13 luglio 2025

1495 giorni: Ljubljana durante la seconda guerra mondiale. Una mostra assolutamente da visitare

 

Il quadro di Tone Kralj esprime con molta forza la situazione degli abitanti di Ljubljana, fra il 1941 e il 1943, quando l'attuale capitale della Slovenia è stata occupata dagli italiani ed è stata trasformata in campo di concentramento a cielo aperto.

Se ne parla, con ricchezza di contenuti e di documenti, in una mostra ospitata dal Museo della Città (Mestni muzej), dedicata ai velenosi frutti del fascismo: coprifuoco notturno obbligatorio, divieto di utilizzo di mezzi di trasporto, comprese le biciclette, razionamento del cibo, arresti e torture, sequestro di ostaggi ed esecuzioni sommarie, un cerchio di filo spinato lungo decine di chilometri, con l'impedimento a entrare e uscire. Lo stesso destino, con fucilazioni per lo più dimenticate dai testi di storia italici, è stato riservato a tutte le altre città che hanno fatto parte dell'occupata e poi ribattezzata "provincia di Lubiana". 

Si parla di vessazioni e persecuzioni di ogni sorta, accomunate essenzialmente da ciò che è intrinseco nel fascismo, la volontà di violenza e sopraffazione nei confronti di chiunque - in quel caso - non fosse disposto ad accettare la supremazia degli italiani e si opponesse a essa.

Osservando le immagini e leggendo i testi riportati integralmente delle varie ordinanze dei Grazioli, dei Roatta e degli altri loschi personaggi, anche sloveni, che hanno collaborato con il fascismo, è difficile non provare una sensazione di profondo disagio. I motivi sono tanti, ma due vale la pena di riportarli.

Il primo riguarda il pluricitato titolo di un celebre filma sulla guerra in Russia, Italiani brava gente. No, gli italiani non sono stati affatto brava gente e la partecipazione all'invasione e allo smembramento della Jugoslavia è stata un atto di grave vigliaccheria, condito con tutta la crudeltà possibile. Sarebbe ora di sottolineare con maggior forza i crimini compiuti un po' ovunque nel mondo, nel corso dell'intera prima metà del XX secolo. L'unico modo per superare la vergogna è quello di non cancellare i segni della verità storica e di avere la forza di dissociarsi dal fascismo di ieri e di oggi, deve essere ribadita una condanna inequivocabile di coloro che di quegli orrori sono stati la causa.

Il secondo pensiero riporta al presente e il quadro di Tone Kralj può purtroppo essere dedicato a milioni di persone che hanno sopportato e continuano a essere soffocate da genocidi, pulizie etniche, violenze belliche di ogni sorta. Uomini che creano dolore in altri Uomini e che li uccidono senza pietà, per l'unico motivo che sono palestinesi, sudanesi, afghani, russi, ucraini oppure cristiani, musulmani, buddhisti e quant'altro. Nella mostra di Ljubljana vengono mostrate in sequenza molte fotografie. Rappresentano ciascuna un giovane, dal volto semplice, pulito, simpatico. Se non fossero dentro una divisa, sarebbe inconcepibile pensare ad altro che alla bellezza e alla spensieratezza di una gioventù universale. Invece hanno un cappello che li identifica come soldati italiani, sloveni, domobranci, ustascia, partigiani, belogardisti, ecc. E quel cappello ricorda che ciascuno di quei giovani sorridenti è morto, ucciso da un altro giovane come lui, ma con un cappello diverso dal suo. Alcuni sono morti per prolungare l'oppressione nazista e fascista, qualcuno ha dato la vita per liberare la Jugoslavia e il Mondo dalla catastrofe della guerra e riportare nel mondo la giustizia e la libertà.

E' l'incredibile, ma purtroppo realissima constatazione. Siamo ancora al tempo dell'uomo delle caverne. A causa di pochissimi che nel mondo si arricchiscono sulla pelle di tutti gli altri e che hanno i mezzi per creare un consenso su pretesti anacronistici, ci si dimentica di essere "Uomini" e si massacrano interi popoli, solo perché riconosciuti appartenenti a una cultura, a una religione, a una concezione della vita diversa dalla propria. Non ci si può capacitare di come questo possa accadere: è assurdo assurdo assurdo e l'unico mezzo per fermare questa costante deriva di morte e fermare chi la pensa in questo modo, i potenti di questo mondo, la maggior parte dei quali legittimata dall'esercizio del voto popolare. Non giriamo la testa dall'altra parte, delegittimiamo i mercanti e i sedicenti politici della morte, non votandoli, facendo di tutto perché non siano votati e isolandoli nella loro cavernicola sicumera.

sabato 12 luglio 2025

Isonzo Soča 120!

 

Lunedì 14 luglio, alle ore 19 presso Kavarna Knigarna Maks, in Delpinova ulica a Nova Gorica, sarà presentato il numero 120 di Isonzo Soča.

La rivista continua il suo cammino, nel ricordo del suo fondatore, Dario Stasi, unendo riflessioni legate alle vicende locali ad altre incentrate sulla situazione più generale del Mondo.

I collaboratori sono sempre di più - una trentina tra cittadini sloveni e italiani - e sono coordinati da due direttori, il sottoscritto per la parte di Gorizia e Miha Kosovel per quella di Nova Gorica. Ma non sarebbe stato realizzato nulla, senza il decisivo e operativo contributo di Katarina Vizintin, Peter Abrami, Agostino Colla, Paolo Hmeljak, Boris Peric e collaboratori di Tmedia. Come nella precedente occasione, la grafica è stata curata dall'ottimo Zvone Kukec di Ljubljana.

Il 120 è dedicato alla "città - mesto", ripercorrendo l'ampia meditazione proposta nel recente festival éStoria. Importante novità è l'inserimento della lingua friulana. I tre editoriali che avviano la lettura delle 64 pagine del fascicolo sono di Miha Kosovel - in sloveno - di Guido Germano Pettarin - in friulano - e di Andrea Bellavite - in italiano. Riflettendo sulla realtà goriziana, essa viene definita solidale, unita e congiunta, con un'interessante dialettica fra diversi e complementari punti di vista.

Si parla di seguito dell'inizio di Nova Gorica, si suggeriscono itinerari, si propongono costruttive riflessioni, si sottolinea l'importanza di storie e tradizioni al confine tra cultura e folklore. Vengono presentati inoltre due importanti contributi alla conoscenza del territorio, uno dedicato alla mostra "La splendente città invisibile", visitabile a Nova Gorica fino al 29 novembre 2025, l'altro a un ampio saggio sulle "due città in una", contributo notevole alla comprensione di una realtà come quella del Goriziano. Ci sono straordinarie fotografie che svelano angoli complementari di Gorici (il solito duale per intendere le due Gorica), ma soprattutto affascinanti volti degli abitanti. C'è uno spazio dedicato ai bambini, con i loro disegni che permettono di scoprire un altro punto di vista sulla città e ci sono anche alcuni interventi provenienti dal pianeta dei giovani, ai quali sarà dedicato uno spazio sempre più ampio nei prossimi numeri. In fondo, sono loro i primi chiamati a tradurre in nuova concretezza di relazioni ciò che sta emergendo dalla capitale europea della cultura.  

Una sezione, dedicata alla contingenza internazionale, ci porta nel cuore degli interrogativi riguardanti il genocidio di Gaza, ma anche altre storie di guerra e di violenza, per lo più sconosciute, come per esempio la terribile e interminabile situazione del Sudan. Un grazie particolare per questi inserimenti - analitici, documentati e assai competenti - offerti da Irene Panozzo, Marko Marinčič e Franco Juri. A quest'ultimo si deve anche la consueta pagina "Corno/Koren", con vignette e pensieri che inducono a un (amaro) sorriso di fronte alle nuvole sempre più intense che occupano l'orizzonte attuale.

Ci sono altri contributi e interventi "da rubrica", non potendo citarli tutti, si riportano a mo' di esempio soltanto i "caffé triestini" di Mirt Komel e Marcel Stefančič.

Anche questo numero è rigorosamente plurilingue, nel senso che ogni autore scrive nella propria lingua e che ogni lettore può trovare le traduzioni (in sloveno, italiano, friulano, inglese e tedesco) semplicemente usufruendo di un qr code oppure andando sul sempre più aggiornato sito di Isonzo Soča.

Non resta che segnarsi la data di lunedì 14 luglio e prepararsi a far proprio il giornale - gratuito! - nei diversi punti di distribuzione di Nova Gorica e Gorizia.

venerdì 11 luglio 2025

La filosofia salverà il mondo

 

Skopje, monumento ad Alessandro Magno
La mia riflessione odierna è molto lunga. Me ne scuso con i miei 25 lettori, ma li invito a prendersi tra i cinque e i sette minuti di tempo per leggere e farsi un'opinione. Secondo me, questo è il vero "punto" nel quale ci troviamo. Se poi volete esprimere un vostro parere, ve ne sarò ancora più grato. Andrea Bellavite 

Il dramma di questo nostro tempo è filosofico.

Sì, lo so, davanti ai bambini dilaniati dai missili israeliani, alle migliaia di morti nelle guerre in Ucraina, nel Sudan e in tante altre parti, sembra strano l'invito a fermarsi a pensare.

Eppure, sembra questo il punto. Non siamo andati molto più avanti rispetto agli australopitechi, anche se la tecnologia ci ha portato fino a un obiettivo ritenuto fino a ottanta anni fa impossibile: l'autodistruzione nucleare della vita sulla Terra.

Tanti sono i temi che dovrebbero essere trattati, qui ne segnalo due, importanti al punto da essere decisivi per l'esistenza stessa di un futuro.

Il primo riguarda la domanda fatidica: non "cosa", ma "chi" è l'Uomo. Sì, l'essere umano, nella sua integralità.

Se ci si riconosce tutti parte dell'unica famiglia umana, perché provocare così tanto dolore? Perché un "Uomo" deve ferire o uccidere un altro "Uomo"? Ammesso (e non necessariamente concesso) che possa esistere un motivo di dissidio individuale, è proprio da cavernicoli pensare che si possa fare del male a un altro perché è "italiano", "senegalese", "cinese" o quant'altro, come pure "cristiano", "musulmano", "ebreo", ecc... Se siamo tutti sorelle e fratelli, perché anteponiamo gli aggettivi al nobile concetto di "Uomo". Il nazionalismo, come pure il familismo o l'appartenenza religiosa assolutizzata sono il fondamento dei pretesti che convincono esseri umani a uccidere altri esseri umani, "con lo stesso identico umore ma con la divisa di un altro colore". Dio Patria e Famiglia è il trinomio che avvelena il mondo, non perché non siano importanti, ma perché, se concetti anteposti a quello di "Uomo", diventano un potentissimo agente di violenza, di guerra e di morte. Poi tutti dovrebbero sapere che tutto ciò che porta al conflitto dipende essenzialmente dalla paura di perdere il possesso e il potere. E si ritorna anche ai contrasti tra persona e persona, mossi soprattutto dal desiderio di accaparrarsi a ogni costo la quotidiana piccola o la mastodontica proprietà privata. I "Potenti" possidenti del Pianeta, utilizzano a loro piacimento miliardi di esseri umano, scatenandoli gli uni contro gli altri nel nome del nazionalismo e del razzismo che dividono gli umani non in quanto tali, ma sulla base di principi applicativi inventati di sana pianta e assurdi come quelli di etnia (sì, c'è ancora chi usa questo termine non molto distante da quello per fortuna cancellato dai vocabolari di razza), colore della pelle, appartenenza religiosa o ideologica e culturale, nazione e via dicendo.

Una volta stabilito che il problema è l'Uomo", si pone la questione della "verità". Chi stabilisce cosa è vero e cosa è falso? Chi cosa è buono e cosa cattivo? Chi cosa è giusto o ingiusto, bello o brutto e così via...? Nel Medioevo era semplice: l'autorità divina, fatta propria da quella terrena, la Chiesa magisteriale con la sua pretesa di interpretare la volontà di Dio, garantiva l'oggettività del bello, del buono e del vero. E ciò che essa stabiliva, forte dell'esclusività dell'ermeneutica della Bibbia, non riguardava solo i credenti, ma tutto ciò che apparteneva al concetto di "Natura". Questa visione assolutista e teocratica è stata cancellata dal pensiero moderno, dal "Cogito" cartesiano in poi il soggetto precede l'oggetto e diventa il criterio della verità, della bellezza e della bontà. A prima vista sembra una grande conquista e in effetti su essa si basano la nuova scienza, l'esplosione tecnologica e la visione democratica. Tuttavia, a lungo andare, anche questa concezione del mondo rivela le sue mancanze. Il primato del soggetto diventa soggettivismo e quello del relativo diventa relativismo. Chi stabilisce allora che uno ha ragione e l'altro no? Chi può dare un giudizio di valore sull'operato dell'uno o dell'altro, se ogni soggetto è verità a sé stesso. E' fin troppo evidente che questa visione, radicalizzata come sta accadendo nel contesto attuale, porta a una nuova edizione, riveduta e corretta, della legge della giungla: ha ragione chi ha la forza di imporre la sua ragione o creano il consenso che permette di raggiungere il potere nello stato democratico o stabilendo unilateralmente le regole alle quali tutti coloro che sono più deboli - militarmente o mediaticamente - devono sottostare se vogliono continuare a sopravvivere. Ci si può scandalizzare quanto si vuole di fronte agli orrori che si stanno perpetuando nel Mondo attuale. Ma i criminali - tali li definisco dal mio punto di vista - sono convinti di avere ragione e tacciano di disumanità chi non la pensa come loro. Ahi ahi, dove mi sono impelagato...

Come venirne fuori? Secondo il mio parere, non si tratta tanto di abbattere muri e creare ponti, quanto di incontrarsi sul ponte che unisce le due sponde, quella dell'assolutismo medievale e quella del relativismo postmoderno. Sarebbe una bella tavolata, quella sulla quale sono già seduti coloro che ci hanno preceduto e alla quale siamo invitati per portare il nostro contributo. La mastodontica opera da realizzare è quella di trovare un punto di incontro, tra la bellezza della valorizzazione della soggettività - ogni Uomo protagonista della costruzione del Mondo - e la necessità di individuare punti fermi sui quali trovarsi tutti d'accordo. E' un'impresa possibile? Chi lo sa, quello che è certo è che senza una nuova riflessione sull'Uomo e sulla Verità condivisa, non ne potremo uscire vivi. Nessuno, neanche chi pensa di passare il resto dei propri giorni in un bunker antiatomico dopo la completa distruzione della Vita sul Pianeta. 

domenica 6 luglio 2025

La Messa è finita...

 

Quando una persona decide volontariamente di farla finita con la vita, si provano diverse sensazioni: si vorrebbe capire, si è coinvolti in pesanti (e quasi sempre vani) sensi di colpa, si lascia spazio alla compassione, si invita alla contemplazione del mistero, ci si propone il silenzio, ci si impegna nella parola, perché il grido di quell'ultimo gesto non resti inascoltato.

Il suicidio del giovane prete di Bergamo non poteva passare inosservato e molti hanno voluto ricordarlo, normalmente con molto rispetto e con il desiderio di comprendere. Il presbitero è un personaggio che vive un'esistenza in pubblico e qualsiasi suo gesto che trascenda il tran tran quotidiano, non può che diventare oggetto di approfondimento e di riflessione, al di là della conoscenza o meno del soggetto del quale si parla. A lui quindi, che non ho conosciuto se non dalle fotografie, un pensiero affettuoso, fraterno e pieno di profonda pietas. Le parole che seguono non hanno a che fare direttamente con l'evento, nessuno potrà mai spiegare il come e il perché possa venir meno in un essere umano l'elementare istinto di sopravvivenza. 

Quella della guida della cattolicità è questione complessa, radicata da una parte nelle parole e nelle azioni delle prime comunità cristiane, dall'altra nella sistemazione organizzativa derivata dalla sostanziale identificazione tra il potere politico imperiale e quello essenzialmente religioso, verificatasi nella sua essenza nel corso del IV secolo. Si procede da un fondamentale passaggio, il fatto che nei testi fondanti non si parla di sacerdozio, se non nella rielaborazione teologica della lettera agli Ebrei che identifica nel Cristo l'unica possibile realizzazione del "dono del sacro" (etimologia di sacer dos). L'organizzazione della prima Chiesa sembra rifuggire dal termine, utilizzando maggiormente i sostantivi presbitero (l'anziano, il saggio coordinatore della comunità), diacono (servitore delle mense, protagonista dell'esperienza della condivisione fraterna), episcopo (il sorvegliante, punto di riferimento e di unità fra le diverse realtà sparse nelle città affacciate al bacino mediterraneo). Sarà l'epoca postcostantiniana e soprattutto quella post teodosiana (fine IV secolo) a recuperare la distinzione tra sacro e profano, a sacralizzare il ruolo del sacerdote e del pontefice (vescovo che costruisce ponti tra divino e umano), sulla scia dell'investitura divina riconosciuta al ruolo dell'Imperatore.

Nel tempo questa distinzione si è sempre più intensificata, tanto più nella conferma "quasi dogmatica" di un sacerdozio cattolico riservato esclusivamente a maschi e dell'imposizione del celibato obbligatorio ai candidati al ministero presbiterale.

Questa visione ha creato un'oggettiva separazione tra il clero (la parola stessa significa di per sé "separazione") e la comunità dei fedeli, definiti "laici" e di fatto esclusi dai processi decisionali della Chiesa. Ha funzionato nell'epoca della cristianità, ma ha cominciato a essere messa in discussione con l'avvento della modernità. Tra la Rivoluzione Francese e il Concilio Vaticano II c'è stato un tempo di forte contrasto: da una parte le nuove filosofie, la mondializzazione, la conoscenza e diffusione di nuove forme religiose, gli stessi contrasti intracristiani hanno invitato a una revisione completa dell'idea di leadership; dall'altra le cose sono andate avanti sostanzialmente senza alcun rilevante cambiamento, fino a oggi. Il Vaticano II, da questo punto di vista, ha affrontato alcune tematiche inerenti, ma non ha indicato linee di cambiamento o adeguamento ai tempi nuovi particolarmente significative.

E così il giovane che desidera diventare prete, sinceramente innamorato della figura di Gesù di Nazareth e in principio convinto di trovare la realizzazione del Vangelo nella Chiesa cattolica, si trova incanalato in una miscela micidiale di svariate identità: per una parte cospicua si dovrebbe riconfermare il sacerdos della tradizione medievale, per un'altra parte al contrario ci si dovrebbe immergere fino al collo nella postmodernità, secondo alcuni deve mantenere il potere non soltanto spirituale, secondo altri deve diventare un democratico presidente di piccolo gruppo, possibilmente scelto attraverso democratica elezione. Si prepara a inserirsi nei gangli vitali della società, immaginando un eroismo fatto di coraggiose prese di posizione portate avanti a rischio della propria vita, di un'identificazione con l'esperienza storica e teologica di Gesù, della passione di comunicare la sua bellezza a tutti... E si ritrova invece immerso in un noiosissimo martirio quotidiano fatto di ininterrotte celebrazioni molto più "sociali" che "religiose", di conti da far tornare per mantenere in piedi almeno le strutture fisiche, di baciapile interessati a tenere il prete più lontano possibile dai problemi reali delle persone. Il tutto al prezzo di una vita segnata da una rinuncia esplicita al più elementare e coinvolgente sentimento umano che solo per pochi eletti si trasforma in sperimentazione attiva e passiva dell'amore universale.

La sofferenza dei preti, soprattutto dei più sensibili, deve essere presa in considerazione. La Chiesa cattolica non può chiudere gli occhi e una ridefinizione dell'identità e del ruolo del presbiterato deve essere urgentemente presa in considerazione. Il tempo della Cristianitas non è finito solo nei dibattiti filosofici, ma anche nella vita ordinaria della gente. Il mondo del III millennio, con tutte le sue problematiche dolorose, drammatiche o affascinanti, è radicalmente diverso da quello medievale. Occorre una nuova riflessione che non può prescindere dal superamento del patriarcato attraverso il riconoscimento del presbiterato femminile, dalla definizione di un celibato volontario e non più obbligatorio, da un nuovo coinvolgimento dell'intera comunità nelle problematiche relative alla sua gestione, da una vera e propria laicizzazione del prete, non più costretto dai fatti a essere funzionario del sacro, ma essere umano (donna o uomo che sia) fra altri esseri umani, insieme in ascolto della Parola del Maestro, insieme attenti a tradurla in parole e opere di pace, di condivisione e di solidarietà universali.

venerdì 4 luglio 2025

Salvare la data: in ricordo di Pierluigi Di Piazza, 11 luglio in piazza Capitolo ad Aquileia

 

Ecco un comunicato stampa, con un invito veramente da tenere in considerazione:

Venerdì 11 luglio, alle ore 21, nello straordinario scenario di piazza Capitolo in Aquileia, si terrà l’atteso concerto dedicato a Fabrizio De André e alla sua indimenticabile Buona Novella.

Prima della presentazione musicale, ci sarà un importante momento di ricordo di don Pierluigi Di Piazza. Vito Di Piazza e Andrea Bellavite, rispettivamente fratello e amico di Pierluigi, presenteranno infatti il libro “Le dieci grandi parole. Indicazioni per la vita”. In questo testo, il fondatore del Centro Balducci di Zugliano accompagna i lettori nella scoperta della saggezza profonda insita in quelli che un tempo si chiamavano “comandamenti”, ma che nella dolcezza di don Di Piazza diventano meravigliosi insegnamenti per la vita di ogni persona e per l’armonia dell’intera società. Il linguaggio del testo è sempre intriso della caratteristica umanità di una persona che ha costruito relazioni fino agli estremi confini della terra. Ciò non toglie la forza della denuncia dell’ingiustizia e l’inequivocabile scelta di stare – nell’orizzonte del Dio di Gesù di Nazareth – sempre dalla parte dell’ultimo.

Terminata la presentazione del libro, inizierà la musica, perfettamente integrata con il tema della parte introduttiva. Sarà portata sul palco davanti alla splendida Basilica dall’associazione culturale Le Colone di Castions di Strada, con la collaborazione della Fondazione Fabrizio De André e l’organizzazione del Comune di Aquileia. La Buona Novella, dello stesso De André e di Gianpiero Reverberi, ripercorre la vita di Gesù con gli occhi di Maria, con un’attenta analisi dei testi evangelici canonici e apocrifi e con la meravigliosa ispirazione poetica del cantautore genovese. Tra gli altri pezzi, c’è una celebre rivisitazione dei Dieci Comandamenti, molto vicina al punto di vista di Pierluigi Di Piazza.

La partecipazione è gratuita e l’ingresso in piazza è libero.