mercoledì 31 agosto 2022

Svegliati Gorica, il 2025 è domani!

 

Mancano poco più di due anni al grande evento. Separando i fatti dalle opinioni, sembra che dopo l'exploit del bid book che ha consentito a Nova Gorica di raggiungere lo straordinario obiettivo della nomina a capitale europea della cultura, non sia accaduto granché. O meglio, sono avvenute molte cose, ma non nel senso di una decisa accelerazione del processo di avvicinamento all'appuntamento del 2025.

Il fatto è che, dopo la breve direzione affidata a Kaja Širok, chiamata giustamente poco tempo dopo la nomina da Golob nel nuovo e promettente governo sloveno, non c'è ancora un nome e un'équipe ai quali riferirsi per sapere come andranno le cose. Non c'è ancora neppure un direttore del GECT/EZTS, si va avanti da molto tempo con peraltro validi "facenti funzione". I progetti languono e quelli in via di attuazione suscitano più critiche che consensi. Due "grandi opere" simbolicamente testimoniano la malinconia del momento. Il primo è quell'ormai indefinibile pozzo senza fondo chiamato ascensore al castello della vecchia Gorizia, "fermo" nonostante i continui annunci e i fiumi di euro pubblici, da più di venti anni. Il secondo è il ponte dell'attesissima ciclabile sull'Isonzo/Soča a Solkan, completato proprio grazie al GECT/EZTS da quasi due anni e "fermato" dalla sensazionale scoperta che la riva destra del fiume rischia di franare travolgendo il percorso previsto per il collegamento con il Sabotino.  Ma possibile che gli enti preposti - al GECT la passerella, agli altri la sistemazione della collina - non si siano confrontati prima di avviare i dispendiosi lavori? I quotidiani locali annunciano il bando per la trasformazione della Piazza Transalpina detta anche Trg Evrope. 150 giorni per produrre il progetto (e si arriva a fine gennaio 2023), chissà quanti per l'esame e la scelta, chissà quanti altri per attendere il responso in caso di (ordinari) ricorsi, chissà quanti altri per il progetto esecutivo, chissà quanti altri per l'inizio dei lavori e per il loro completamento. A parte che la piazza poteva andare benissimo anche così - ma qua siamo già nell'ambito delle opinioni - ragionevolmente e con la speranza di risultare eccessivamente pessimisti, si può ipotizzare che la sua inaugurazione non possa essere prevista prima dell'anno 2027. Sempre naturalmente che non si verifichino intoppi, nel qual caso - come rispose il compianto sindaco Romoli a una specifica domanda, intorno al 2010, relativa alle opere in castello - non resterebbe altra soluzione che quella di incrociare le dita.

Al di là delle questioni tecniche e procedurali, resta l'aspetto culturale, non secondario rispetto a un evento che riguarda anzitutto la cultura. Non è che si veda qualcosa di nuovo. La lingua slovena nelle scuole italiane di Gorizia e quella italiana in quelle di Nova Gorica rimangono un sogno e ormai il tempo per sperare in qualche cosa id nuovo è quasi scaduto. Le relazioni ordinarie da una parte e dall'altra dell'antico confine non sembrano aver riscontrato particolari approfondimenti. La contrarietà radicale alla (mia e di qualche altro goriziano) proposta di tener conto anche attraverso piccole scelte simboliche e toponomastiche della pluralità culturale che caratterizza le Gorizia è diventata addirittura un cavallo di battaglia del Sindaco Ziberna nella campagna elettorale che lo ha portato per la seconda volta sulla sedia del primo cittadino. La popolazione, almeno per ciò che concerne la "stara" Gorizia, non è informata e meno che meno coinvolta in alcun particolare progetto di formazione e informazione, se si escludono alcuni convegni lodevolmente proposti dalle associazioni maggiormente sensibili all'argomento.

Insomma, se non si è al punto 0, si è molto poco più avanti. Urge un cambiamento di rotta che consenta il cambio di passo. Forse è anche necessario un maggior coinvolgimento di soggetti che di cultura se ne intendono e che potrebbero fornire la vera ossatura dell'impianto programmatico della capitale europea 2025. Mi riferisco soprattutto, ma non solo, ai due Kulturni dom, di Nova Gorica e Gorizia, che potrebbero fornire l'esperienza e la straordinaria capacità di coordinamento che hanno sempre dimostrato. Intorno a loro si potrebbero aggregare tutti gli altri enti culturali e tutte le persone di buona volontà, anche gestendo i fondi necessari a far sì che l'appuntamento del '25 non serva solo a sistemare qualche strada o ad abbellire qualche piazza, ma possa essere l'avvio di una nuova concezione del territorio, percepito e vissuto come veramente e pienamente unico nelle sue diversità.

Ma il big ben sta per dire stop. O ci si sveglia o l'occasione è irrimediabilmente perduta.

martedì 30 agosto 2022

Progetto Robin Hood

Non occorre essere profeti per prevedere un autunno molto ma molto delicato.

Le bollette relative al consumo energetico, in particolare al gas, stanno mettendo in ginocchio le famiglie e soprattutto le piccole e medi imprese. Sono in vista chiusure sistematiche, con conseguente drammatica crescita delle povertà, mentre molte grandi realtà industriali si riciclano secondo convenienza, lascando sulla strada migliaia di lavoratori.

Mentre la situazione si fa sempre più grave e la guerra tra Ucraina e Russia continua, quasi tutto il mondo politico italiano, impegnato nella finora più surreale delle campagne elettorali, sembra vivere su un altro Pianeta, strutturalmente incapace di riconoscere e affrontare i problemi.

La situazione generale, già in precedenza delicata, è precipitata contestualmente alle sanzioni votate contro la Russia e alla scelta di molti governi nazionali di investire miliardi di euro in armi che altro non sono servite che a prolungare a tempo indeterminato l'assurdo conflitto. Come nella più classica delle onde di rientro, ciò che avrebbe dovuto indebolire Putin ha invece portato i Paesi dell'Unione europea sull'orlo del collasso. I governi, compreso quello di Draghi, sostenuto con entusiasmo da un'inedita maggioranza trasversale - dal Pd alla Lega - probabilmente unita dal solo desiderio di raggiungere il tempo necessario a maturare i vitalizi per i parlamentari, hanno una grave responsabilità. E' anche a causa del loro pervicace schieramento a favore di Zelensk'ij e della scarsa iniziativa di trattativa per la pace, tanto invocata da Papa Francesco, che ci si trova in questo frangente così drammatico.    

Che fare adesso? Quali soluzioni? Un ritorno all'Agenda Draghi, incentrata sulle più convinte prospettive neoliberiste degli ultimi decenni?

No, l'unica soluzione possibile sarebbe quella indicata dal "Progetto Robin Hood", togliere ai ricchi per dare ai poveri. Occorre un sistema di tassazione diametralmente opposto a quello prospettato nella cosiddetta flat tax, è necessario aumentare la pressione su chi più ha, per poter immaginare di continuare a far andare avanti lo Stato, in particolare lo Stato sociale. 

Perché per esempio non tassare le eredità, aumentando fortemente la tassa di successione, tenendo conto che ciò che si riceve non deriva dalla propria capacità produttiva, ma solo dalla fortuna di far parte di una famiglia facoltosa, un po' come vincere al lotto?

Perché non avere il coraggio di tassare fortemente le seconde e terze case, molto spesso divenute soltanto vuoti investimenti? Si incentiverebbe la disponibilità ad affittare a chi ne ha bisogno, si ripopolerebbero centri storici malinconicamente caratterizzati dalle imposte chiuse, si ridurrebbe il consumo del suolo, reso necessario dalla cronica e colpevole mancanza di alloggi?

Perché non impedire la libera professione a chi ha già un incarico pubblico? Si colpirebbe l'odiosa tendenza a dividere l'umanità tra un piccolo gruppetto di privilegiati che si possono permettere sanità e scuola privata e la gran massa di cittadini costretti ad affrontare dei servizi pubblici sempre più carenti di personale e di strutture con livelli minimi di qualità?

L'elenco delle domande potrebbe allungarsi molto, sono le risposte la merce rara da individuare. Anche in campagna elettorale, dove sembra che un unico partito - abbastanza silenziato dai media nazionali - sembra mettere l'accento su questi e su tanti altri problemi quotidiani.

sabato 27 agosto 2022

Per non dimenticare il Lussari...

 

Questa fotografia, scattata il 18 giugno dalla cima del Monte Lussari, presenta uno degli scenari più incantevoli delle Alpi Giulie. A sinistra c'è il gruppo dello Jof Fuart (m.2666), con le cime Madri dei Camosci e la piccola Innominata. A destra lo Jof di Montasio (m.2753), con  la sua lunga e compatta cresta. In primo piano ci sono le dorsali alberate, alla base della rocciosa Cima Cacciatore (m.2081), tagliate dalla strada sterrata che sale dalla Val Saisera. Come si può vedere, è un manufatto che attraversa un terreno abbastanza franoso. La strada non è accessibile alle autovetture private, chi vuole salire senza fatica può usufruire della comoda e moderna ovovia che sale da Camporosso. Rende possibile l'accesso a land rover o auto 4x4 ai lavoratori negli esercizi turistici che circondano il Santuario, come pure ai preti della parrocchia. Alcuni anni fa, il sacerdote responsabile della chiesa, forse a causa di un malore, era uscito di strada e aveva perso la vita. In ogni caso, la strada richiede una costante manutenzione, dati anche gli sbalzi notevoli di temperatura tra i rigidi inverni e le calde estati. 

Così come era, almeno fino alla data della foto, consentiva anche qualche attività sportiva. Se è vero che i pellegrini e gli escursionisti hanno sempre preferito salire da Borgo Lussari contemplando la bella Via Crucis, i cultori della mountain bike non si sono lasciati intimorire dai quasi mille metri di dislivello, raggiungendo a suon di pedalate l'agognata vetta.

Ora, nonostante tutte le proteste e le perplessità, c'è da prendere atto del fatto compiuto. Con la scusa ufficiale della necessità di "mettere in  sicurezza" la strada, grazie a un cospicuo finanziamento iniziale di oltre un milione e mezzo di euro, una colata di cemento ha trasformato in parcheggio l'area tra l'arrivo della funivia e la scalinata della chiesa ed è stata riversata come un fiume lungo tutto il percorso fino a valle. Molti, soprattutto chi è più coinvolto nella vita quotidiana del piccolo borghetto che circonda il tempio, hanno applaudito all'iniziativa ritenendola consona alle loro aspettative. A nessuno è tuttavia sfuggito un aspetto legato alla civitas dello spettacolo. Sembra infatti ormai certo l'arrivo della penultima tappa (a cronometro) del prossimo Giro d'Italia sulla cima del Lussari, "vetrina" per lanciare il turismo di massa e occasione per portare nel cuore delle montagne friulane il grande carrozzone che accompagna la più importante corsa a tappe nazionale.

Per molti motivi queste due scelte non piacciono al mondo ambientalista, ma anche a quello degli amanti della montagna. C'è davvero bisogno di una così impattante cementificazione di uno dei più bei luoghi delle Giulia? Non bastano i già fin troppo numerosi impianti di risalita e sciistici? Non è una specie di profanazione di un mondo ancora relativamente incontaminato, un inserirsi a gamba tesa in una zona dove è ancora possibile godere - soprattutto all'alba - degli incontri con i camosci e gli stambecchi? Ha senso - sia pure per una sola giornata - portare migliaia di persone a vedere i corridori preceduti dai loro mille sponsor, dalle rombanti moto e sovrastati dagli elicotteri della televisione? Il Lussari ha proprio bisogno di un simile battage pubblicitario, non rischia piuttosto di perdere quell'aura di bellezza e spiritualità che lo rendeva meta preferita di tanti camminatori entusiasti? 

Non si tratta di impedire la realizzazione di una manifestazione importante e avvincente come è il Giro d'Italia, meno che meno di penalizzare l'invito ad andare in bici, soluzione tanto semplice quanto ovvia per risolvere i problemi di traffico e salute dentro e fuori dalle città. Ma perché cementificare la strada del Lussari, quando in Friuli Venezia Giulia e nelle vicine Slovenia e Carinzia ci sono tante bellissime salite, già belle e pronte senza dover devastare il Monte dei tre popoli, sacro alla pace, al dialogo e alla convivenza tra le diverse culture? Perché investire tanti soldi per un solo "giorno da leone" quando il turismo in bicicletta richiede con urgenza il completamento del tracciato dell'Alpe Adria, in particolare tra Udine e Moggio Udinese, nonché la realizzazione convinta dei nuovi piani del traffico all'interno dei capoluoghi?

Personalmente ho percorso il sentiero del pellegrino più di cinquanta volte, raggiungendo quasi sempre anche Cima Cacciatore. Ho visto i cambiamenti che di volta in volta, dal lontano 1975 a oggi, hanno trasformato il percorso, sempre meno selvaggio, sempre più asservito alle necessità degli sciatori e all'indotto da esse derivato. Tuttavia finora le trasformazioni hanno intaccato, ma non del tutto cancellato la meraviglia del luogo. Certo, le ferite inferte a boschi per allargare le piste non si contano, l'interramento del laghetto che si incontrava un tempo poco prima dell'arrivo al santuario ha tolto di mezzo uno dei punti più romantici e affascinanti dell'intero cammino. Comunque sia, nonostante ciò, il fascino e la spiritualità del Lussari hanno resistito finora all'assalto. Ma ora, il consumo del suolo coperto dal cemento e il grande businnes portato nelle alte quote, offriranno forse un momentaneo locale boom economico, ma certamente allontaneranno i veri appassionati della montagna, i pellegrini spirituali e anche, certamente, i ciclisti, al primo posto tra gli amanti della Natura e delle cose belle.

Poltrone o strapuntini?

Mutatis mutandis, la relazione politica in una democrazia corrisponde a quella interpersonale. 

Ogni essere umano è infatti un enigma, anzitutto per sé stesso e a maggior ragione per gli altri. Ogni sano rapporto presuppone che non ci siano né la totale estraneazione né la completa assimilazione. Nel primo caso ognuno resta completamente sé stesso, del tutto isolato dall'altro, nel secondo caso l'omologazione cancella l'individualità soffocando di fatto la specificità e l'originalità di ciascuno.

La Politica dovrebbe essere il luogo delle relazioni sociali, là dove il rappresentante eletto dovrebbe, come dice la parola, "rappresentare" le istanze dei suoi elettori. Essendoci all'interno dello Stato tante visioni della vita e concezioni del mondo quanti abitanti, dovrebbero essere identificabili alcune aree generali di riferimento che "prendano le parti" (= partiti) degli uni o degli altri. Le elezioni, determinate dalla capacità di ciascuno di creare consenso, dovrebbero servire a stabilire i rapporti di forza, sulla base dei quali individuare e approvare le leggi indispensabile alla garanzia della vita sociale. Non si tratta quindi della ricerca di compromessi minimali, meno che meno di rapporti di forza nei quali la "maggioranza" impone e la "minoranza" contesta a prescindere. Si tratta invece di una vera e propria arte della relazione, là dove ciascuno offre la ricchezza del proprio contributo e - tenendo conto dei numeri determinati dai votanti - tutti insieme si cercano non il minimo comune multiplo e non ovviamente solo l'interesse della propria parte. Si persegue invece il massimo comune divisore, ovvero la scelta che tiene in considerazione più possibile i punti di vista di tutti. 

Perché questo ideale si possa realizzare, ci sono alcune condizioni che attualmente purtroppo non sono prese in considerazione.

Prima di tutto è necessaria la riscoperta dei fondamenti filosofici di un'umana convivenza. Ciò significa che tutto il "sistema", a partire dai percorsi didattici e formativi, dovrebbe aiutare ogni persona a trovare il proprio "senso della vita" e a identificare quale sia il gruppo o il soggetto che meglio potrebbe rappresentare tali valori nelle sedi legislative e nel dibattito politico. Quando si va a votare, prima di mettere la fatidica crocetta e di scrivere (ahimé, là dove viene concesso) il nome preferito, si dovrebbe rispondere alla domanda: quale partito è maggiormente vicino alle mie idee? chi potrebbe esprimere al meglio ciò che io penso? A pensarci bene, è il contrario di quanto avviene in questa campagna elettorale, dove le domande guida sembrano essere: quale partito garantisce meglio i propri più immediati interessi? chi devo votare per impedire che possa vincere l'altro?

In secondo luogo, solo un sistema proporzionale potrebbe garantire questa concezione pienamente democratica della politica. Infatti una più ampia rappresentanza potrebbe corrispondere a un più ampio ventaglio di proposte, favorendo la negoziazione e il dialogo fra le parti. L'unica limitazione dovrebbe essere la fedeltà alla carta fondamentale, la Costituzione, unico criterio per definire chi ha il diritto di partecipare e chi no.

Terzo, ma non ultimo, anche se apparentemente populista, è il problema dei vantaggi economici che spettano ai rappresentanti eletti, in parlamento o nei consigli regionali, non certo nelle assemblee degli enti locali. Gli stipendi da capogiro e gli incredibili privilegi che spettano a deputati, senatori e consiglieri regionali portano gli "eletti" molto lontano dagli elettori, creando inevitabilmente una casta inavvicinabile e inarrivabile, come dimostrato dagli ordinari dibattiti pre e post elettorali. La soluzione ci sarebbe anche stata, ma ormai sembra difficile ritornare su questi temi. Era necessario come minimo dimezzare tutti gli stipendi e i rimborsi, non diminuire il numero dei parlamentari. Si sarebbe realizzato il risparmio, senza intaccare la democrazia.

Fino a quando i compensi - e i conseguenti privilegi - saranno così scandalosamente lauti, gli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama (ma anche quelli dei consigli regionali) saranno poltrone nelle quali affondare radici e non scomodi strapuntini sui quali servire veramente il bene e i beni comuni.

mercoledì 24 agosto 2022

La guerra continua

Per la povera gente dell'Ucraina che muore sotto le bombe, per le donne e gli uomini nel mondo impauriti dalla possibile distruzione dei reattori nucleari di una delle più grandi centrali del mondo, per la crescente opposizione dei russi che vogliono la pace, per il Papa che non esita a definire "pazzi" quelli che la scatenano e "delinquenti" i commercianti di armi, per i media europei e italiani che ne parlano a volte ricordando a volte dimenticando... la guerra continua.

Perché poi continui, da oltre sei mesi, è sempre meno chiaro. I russi sembrano aver ottenuto il loro dichiarato obiettivo, riportare Donbass e Crimea nella loro area di influenza. Eppure non sembrano aver alcuna intenzione di fermare l'offensiva. Gli ucraini sono sempre più agguerriti e bellicosi, affermano che il loro obiettivo non è la pace ma la vittoria totale e l'annientamento del nemico russo.

I Governi occidentali appoggiano un tipo come Zelenskij, Mattarella lo elogia calorosamente e, dopo averle seminate, toglie onorificenze di qua e di là. Draghi si schiera senza esitazioni dalla parte di chi intende risolvere i problemi attraverso l'invio di armi sempre più sofisticate, di droni in grado di minacciare i luoghi più delicati della tormentata area. Gli apparenti avversari politici, in piena campagna elettorale, sembrano (sì, "sembrano") divisi su tutto, si scatenano gli uni contro gli altri, ma su questo punto vanno (quasi) tutti d'amore e d'accordo. Tra Letta e Meloni, tra Salvini e i Calendiani si fa a gara su chi la spara più grossa, sulla necessità di salvaguardare con gli armamenti le legittime aspirazioni all'indipendenza degli ucraini (ma non le altrettanto legittime dei russi del Donbass e della Crimea).

Le impressioni sono due. La prima è che ci si trovi ancora al punto di partenza e che migliaia di morti, distruzioni sistematiche di case, fabbriche e infrastrutture non siano serviti ancora a nulla. Non solo non si parla di negoziato, ma le "ragioni" degli uni e degli altri sono meno chiare che mai. L'unica certezza è il dolore degli innocenti, dilaniati dalle trame violente, crudeli di Putin e dal sostanziale rifiuto di ogni dialogo da parte di Zelenskij. La seconda impressione è che in realtà la posta in gioco sia molto diversa da quella che viene mostrata sulle prime o seconde pagine dei giornali. Perché questa guerra assurda continua? Evidentemente perché a qualcuno ve bene così, ai costruttori e venditori di armi, agli USA, all'Unione europea, ai mercati delle risorse energetiche, al fascista Erdogan che ripulisce la sua fedina presentandosi come il negoziatore super partes, alla Cina che alza il tiro delle proprie rivendicazioni su Taiwan. Ancora una volta si manifesta il divario tra le esigenze della gente che non vuole la guerra e quelle degli interessi macroeconomici internazionali che hanno bisogno della guerra per poter alimentare il mostro del neoliberismo.

Domenica 11 settembre ci sarà una manifestazione sul monte Sabotino, promossa dal Comitato per la pace di Gorizia e Nova Gorica. Si salirà verso la cima, con quattro tappe, parlando di accoglienza e libera circolazione, giustizia e pace, legalità e ambiente, salvaguardia dei diritti di tutti. Sarà un gesto simbolico, finalizzato anche a ricordare ai Sindaci di Nova Gorica e di Gorizia la loro promessa di invitare i negoziatori di Ucraina e Russia a iniziare un confronto serio e costruttivo proprio sul nostro confine, dove nel passato si è versato tanto sangue e ora ci si appresta a diventare capitale europea della Cultura. Era solo una boutade elettorale o veramente è stato inoltrato tale invito?

domenica 21 agosto 2022

Il quotidiano abbraccio tra le tenebre e la luce

La terra è già impregnata di una greve oscurità che non riesce a sopraffare i contorni. Si intravvedono gli alberi sulla cresta, testimoni muti di un bosco potenzialmente immenso. Le alture si rivestono della dignità della Montagna, siano dolci colline che si innalzano sopra teorie di vigne in attesa della vendemmia incipiente, siano massicci rocciosi abitati un tempo dagli dei prima di essere prese d'assalto da alpinisti coraggiosi. Il buio conferisce un alone di mistero, si risvegliano i folletti nella foresta e le fate uniscono la loro voce alla tintinnante sorgente del ruscello arcano. I richiami degli uccelli notturni si uniscono al concerto degli animali alla ricerca di una succulenta preda. E' il momento del silenzio, la tregua dal combattimento esistenziale, un istante di pace, anche se non è ancora mezzanotte dottor Schweitzer.

Nel cielo prosegue intanto la danza del tramonto. Il sole cerca di respingere l'assalto delle nuvole che hanno occupato l'orizzonte nelle ore precedenti. Ecco il sereno rompe là da Ponente alla montagna... A Levante nubi plumbee ricordano il temporale recente, il vento le trascina verso la luce e i loro filamenti intessono un'avvincente danza luminosa. Si creano, svaniscono e si trasformano mille forme pennellate da una mano invisibile, mentre gli angeli dell'immaginazione proclamano con la musica celeste un vangelo che solo i piccoli possono intuire. E' il momento della Bellezza, spazio effimero di Vita, collocato tra l'Inquietudine e il Dolore. E tra poco, caro Giacomo, che fai tu Luna in ciel?... 

Il rumore di un aereo interrompe la magia. Si riaccendono il fascino e la drammaticità dell'umana avventura. Il grido dell'ingiustizia scuote le montagne e si perde nell'infinità del cielo. La speranza di una luce perfora le tenebre senza annientarle. Occorre la lotta, occorre la resistenza, occorre - soprattutto - un infinito Amore, universale e individuale, individuale e universale.

Dalla parte dello Stato sociale...

Non preoccupatevi, potete continuare tranquillamente a leggere, non ho alcuna intenzione di parlare della flat tax.

Voglio invece sottolineare un dato di fatto.

Nel corso del XX secolo, si erano confrontate e scontrate due visioni antitetiche della società e dell'economia.

Da una parte c'era la visione liberale che, in parole povere, privilegiava la libertà di azione dell'imprenditore e limitava al massimo l'intervento dello Stato. La logica di tale tale posizione nasceva - almeno a parole - dalla convinzione che la crescita dell'iniziativa di pochi illuminati imprenditori, avrebbe concorso al benessere di tutti, attraverso la creazione di posti di lavoro e la corresponsione di salari adeguati che avrebbero dovuto incrementare virtuosamente la dinamica tra produzione e consumo. Per ottenere questo risultato, sostenuto da tutti i governi conservatori, è necessario ridurre al minimo la tassazione, con conseguente affidamento dei servizi essenziali al privato, legato ai potentati economici, a discapito dell'ambito pubblico che manterrebbe, per quanto possibile, soltanto una superficiale funzione di controllo.

Dall'altra si era stabilizzata una visione più sociale, fondamentalmente animata da una concezione opposta della crescita globale. In questo caso lo Stato assume una funzione di grande importanza, garantendo a quanti più cittadini possibili condizioni di benessere e di tutela dei più importanti diritti, alla vita, alla salute, al lavoro, all'istruzione. La crescita complessiva del sistema sociale dovrebbe, in questo orizzonte, favorire anche un progresso economico complessivo, là dove l'imprenditore dovrebbe mettere a disposizione la sua competenza e capacità non del proprio arricchimento individuale ma del bene comune di una determinata realtà. Ovviamente, in questa ottica, portata avanti dai governi cosiddetti progressisti, le tasse non possono che essere elevate e determinate dall'asserto secondo il quale chi più possiede più deve mettere a disposizione di tutti, ciò che ha.

La visione liberale ha ancora un grande spazio nel mondo capitalista attuale e viene clamorosamente sostenuta anche da elettori molto lontani dal mondo dell'imprenditoria. Essi votano le compagini conservatrici, convinti della bontà delle loro promesse, enfatizzate da sapienti campagne mediatiche. Ciò accade - e sembra che la storia stia per ripetersi anche in Italia tra poco più di un mese - nonostante il fatto che tutti gli indicatori scientifici abbiano dimostrato che l'abbassamento delle tasse ai ricchi non abbia mai fatto crescere l'economia di nessun Paese, provocandone al contrario il tracollo a causa dell'indebitamento dello Stato, impossibilitato a rispondere alle più immediate necessità della stragrande maggioranza dei cittadini. Così accadde, solo per portare un esempio tra centinaia possibili, negli USA di Ronald Reagan, dove l'abbassamento sensibile della tassazione, portò lo Stato sull'orlo del collasso e costrinse il successore Bill Clinton a una politica di sacrifici e austerità per poter salvare il Paese.

Il fatto è che, ovunque si sia dato credito al principio "più imprenditoria meno Stato", il risultato è stato, a livello locale e globale, la crescita della distanza tra i sempre più numerosi e poveri poveri e i sempre meno numerosi e sempre più ricchi ricchi.

Questo è da tenere presente, al di là delle schermaglie di facciata tra gruppi d'opinione, nel momento in cui si va a votare, per sapere la posta in gioco e non essere presi in giro (per usare un eufemismo).